Psicosomatica, la salute come conquista di noi stessi

“L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.”
(Aldous Leonard Huxley)
 

 Come scritto nel precedente articolo “Come sopra così sotto…”, la Psicosomatica viene intesa in modi diversi a seconda dell’ambito. Molti sono gli autori antichi e moderni che hanno indagato le possibili relazioni tra corpo, mente e spirito, e la scienza compie ogni giorno nuove scoperte a supporto delle loro intuizioni. Qui si vuole proporre un approccio semplice e di buon senso, che aiuti ciascuno a trovare le risposte e le possibili soluzioni ai propri malesseri. Ma queste risposte possono insegnarci anche molte altre cose su noi stessi e sul senso della nostra vita.

Con la malattia e i suoi sintomi, e persino con i traumi che sono solo apparentemente casuali, possiamo dire che la nostra “anima” ci sta mandando un messaggio fisico per segnalarci un disagio non fisico che è nascosto in noi. Si tratta allora di trovare la giusta chiave di lettura per quel segnale. Come quando una spia si accende sul cruscotto dell’auto, non dobbiamo eliminare la spia bensì conoscerne il significato per potere rimediare.

Questo approccio non ha la pretesa di sostituire il parere del medico che deve poter fare la sua diagnosi e indicare le possibili cure. Ma certamente costituisce un importante sostegno alla cura stessa, a prescindere che questa venga intrapresa secondo i dettami della medicina convenzionale (farmacologica e chirurgica) oppure della medicina naturale. E a volte, soprattutto quando il sintomo è recente, la comprensione della sua origine profonda può farlo rapidamente attenuare o persino sparire.

Il nostro punto di riferimento è sempre la Fisica Quantistica che ha confermato che, grazie all’Effetto Osservatore, il pensiero crea – e quindi può modificare – la materia. Lo fa a livello subatomico ma anche molto più banalmente, per quanto riguarda il nostro corpo, a livello fisiologico. E’ già ampiamente accettato che ogni nostro pensiero provoca nel cervello l’accensione di determinate aree neuronali, le quali innescano una reazione elettrochimica che induce il rilascio di sostanze, le quali a loro volta distribuendosi nel corpo provocheranno delle reazioni locali. Quello che sta emergendo recentemente è che nel corpo vi è anche una trasmissione di informazioni molto più sottile e veloce, anzi istantanea, difficilmente misurabile e che provoca modificazioni ancora più profonde come quelle a livello genetico.

Questa notizia è cattiva e buona al contempo. Infatti, la grandissima maggioranza dei nostri pensieri è inconscia e avviene automaticamente in base alle nostre credenze. Ma almeno ora sappiamo che, così come siamo responsabili delle nostre malattie, abbiamo anche il potere di guarirle a condizione di adoperarci per cambiare tali pensieri e credenze.

Le nostre credenze hanno diverse origini. Innanzitutto genetica, poiché nel nostro DNA sono inscritte anche le credenze e gli atteggiamenti dei nostri avi. Così come ereditiamo il colore degli occhi e dei capelli, ereditiamo infatti anche parte del vissuto delle loro esperienze che si è letteralmente impresso nel loro corredo genetico. Poi c’è la nostra esperienza perinatale: dal concepimento ai primi mesi di vita, c’è comunque una parte di noi che “sente” e “valuta” ciò che accade, anche se inizialmente sembriamo poco più di un ammasso di cellule. Un lutto in famiglia, un trasloco, una lite o una semplice indisposizione della madre fanno comunque parte dell’universo del feto. Per non parlare della nascita stessa che, per quanto oggi si faccia di tutto per renderla piacevole e sicura, costituisce di per sé un trauma. Dopodiché ci troviamo allo scoperto, in balia degli adulti e degli eventi, e ancor più valutiamo il modo in cui veniamo accolti in questo mondo. Questo avviene indipendentemente dalle intenzioni dei genitori: anche la mamma migliore del mondo può trovarsi a non poter dare la sua attenzione al figlio proprio nell’attimo in cui egli ha bisogno di una rassicurazione… E’ impossibile impedire che il neonato faccia le sue esperienze e abbia le sue percezioni a riguardo. E non avrebbe alcun senso, essendo egli nato proprio per questo. Infine cresciamo e siamo direttamente esposti ai condizionamenti familiari, sociali e ambientali che costituiscono la cultura umana, e perciò limitata, del nostro tempo e del nostro luogo. E ad essa è molto difficile sfuggire.

Ecco che, come risultato di tutta questa vera e propria programmazione, in noi albergano numerosi pensieri limitati e limitanti per lo più inconsci, che condizioneranno la nostra vita e la nostra salute finché non verranno fatti emergere dal fondo torbido dello stagno mentale in cui dimorano. Il nostro corpo sarà geneticamente predisposto a certe debolezze e malattie, che noi alimenteremo permettendo a tali pensieri di dominarci nell’ombra. E anche se è vero che esistono fattori scatenanti esterni quali virus, batteri, tossine e condizioni ambientali, la nostra resistenza ed essi dipende da questi pensieri.

Che fare, allora? Per fortuna oggi fioriscono tanti metodi per riprogrammarsi e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Qualunque strada noi decidiamo di intraprendere per aumentare la nostra consapevolezza è la benvenuta, e percorreremo di volta in volta quella che ci è più congeniale in un determinato momento. L’importante è innanzitutto decidere di riprendere in mano le redini della nostra vita, dopodiché dobbiamo alzarci e camminare!

Nella mia professione di naturopata tendo ad integrare diversi sistemi contemporaneamente. Mi avvalgo innanzitutto della Medicina Tradizionale Cinese, la quale da millenni ha brillantemente sia descritto il rapporto tra le nostre due polarità Yin e Yang, sia correlato organi ed emozioni in un sistema suddiviso in 5 “logge” interdipendenti. Unendo anche stagioni, elementi, colori, movimenti, alimenti e altri fattori, questa antica medicina olistica permette di comprendere molto bene i meccanismi in corso nel nostro corpo quando esso è in salute, così come quando si è instaurato uno squilibrio e si è manifestato il sintomo. Fondamentale è il dialogo con la persona, che deve descrivere i suoi sintomi ma anche il contesto esistenziale in cui essi sono apparsi.

In pratica, rifacendoci alle tradizioni del passato ma anche agli autori moderni, possiamo capire qual è il problema interiore che sta dietro al nostro sintomo osservando quale funzione dell’organo o della parte del corpo viene toccata, amplificata, ridotta o impedita. Il corpo umano è stato “mappato” in molti modi, per cui talvolta alle sue parti sono stati attribuiti significati diversi. Non c’è nulla di sbagliato in questo, perché non siamo macchine e stiamo parlando di un ambito legato all’individualità e all’intuizione, più che alla logica. Suggerisco quindi di leggere diverse fonti e di trovare quella che ci risulta più congeniale, sapendo che ci fornisce solo delle indicazioni di massima.

L’aiuto di un professionista preparato è importante perché egli svolge il ruolo dello specchio e dell’avvocato del diavolo, portandoci a vedere ciò che magari è sotto i nostri occhi ma che non abbiamo la distanza sufficiente per vedere, oppure accompagnandoci a compiere in sicurezza una piccola esplorazione interiore.

Qui propongo un metodo semplice e di facile applicazione per chiunque voglia comunque provare ad aiutare se stesso, basato soprattutto sul porsi le domande giuste e che può diventare l’inizio di un nuovo viaggio. Le domande di base sono queste:

  1. “Descrivi il sintomo in ogni suo aspetto, con parole prese tra i gesti e gli oggetti d’uso comune”. Ad esempio, il dolore di testa è martellante, come un cerchio che stringe, come una lancia infilata, come una corona di spine, come dei chiodi… Dobbiamo descrivere anche quando esso appare e quanto dura. Questa è una domanda importantissima, perché più ci sforzeremo di osservare e descrivere il sintomo in ogni sua componente, più emergeranno delle connotazioni che abbiamo inconsciamente attribuito alla situazione. Se ad esempio accomuniamo un dolore ad una pugnalata ed esso si colloca nella schiena, è facile intuire che abbiamo la sensazione di avere subito un tradimento.
  2. “Che cosa non riesci più a fare da quando è insorto il sintomo?” Anche questa è importantissima, perché serve ad evidenziare quale vantaggio – ce ne è sempre uno, anche se non sembra – il sintomo procura e quindi qual è il suo vero scopo. Quasi sempre il sintomo ferma o rallenta la nostra normale attività. In base alla parte del corpo coinvolta e all’impedimento che ne deriva, possiamo capire un altro importante significato simbolico della situazione. Ad esempio, se è coinvolta la mano destra e non siamo mancini, esso ha a che vedere con il “fare” qualcosa che in quel momento non vogliamo o abbiamo paura di fare; o anche di non potere fare, poiché questi significati possono essere dati sia per analogia che per contrasto. Anche il lato del corpo (destra o sinistra) coinvolto ha un senso. A seconda degli autori, esso indica infatti l’area dell’esistenza interessata (es. affetti e famiglia vs lavoro e rapporti sociali, femminile vs maschile, ecc).
  3. Infine l’altra domanda fondamentale è: “In che momento della tua vita è successo; cosa stava succedendo nella tua vita in quel momento?”. Proprio perché il motivo non ci è subito noto, dobbiamo andare a cercarlo nel contesto esistenziale del momento. Un cambio di lavoro, l’inizio della scuola, un matrimonio, un lutto, una nascita, eccetera, costituiscono momenti più importanti di quanto già pensiamo, e poiché tendiamo ad affrontarli controllando e reprimendo le nostre emozioni, queste cercano di emergere facendosi strada nel corpo fisico.

Nella pratica professionale, attraverso il dialogo è possibile approfondire l’indagine adattando le domande alle risposte che emergono via via. Ma in ogni caso queste tre domande forniscono quasi tutte le informazioni che servono, a condizione che rispondiamo con attenzione e sincerità innanzitutto verso noi stessi. Dopodiché sta all’esercizio e all’abilità che sviluppiamo il mettere insieme un quadro che abbia un senso. Non deve essere un senso meccanico e razionale; non è del tipo “il libro dice che il piede vuol dire questo, allora è questo”! Per capire se il senso trovato è quello giusto, ci sono infatti due modi: innanzitutto rimanere sorpresi da ciò che abbiamo scoperto. Come la bolla di gas che improvvisamente risale dal fondo dello stagno scoppiando in superficie, la consapevolezza deve risultarci inaspettata. Poi viene la possibile attenuazione o scomparsa del problema, soprattutto quando questo non è molto grave, che si accompagna ad un senso di liberazione e spesso anche ad un rilascio emozionale: il respiro si sblocca, il torace si allarga, sgorgano delle lacrime… Se però il sintomo è più grave o consolidato dovremo applicarci di più, con costanza e pazienza, contemplando quanto è emerso con benevolenza e gratitudine. Col tempo riusciremo a capire e a modificare il nostro atteggiamento verso una determinata esperienza di vita, una situazione o una persona.

Ciò che più conta in tutto questo non è la guarigione del sintomo, bensì la scoperta dei meccanismi che abbiamo rimosso e nascosto lontano dalla nostra coscienza. Spesso scopriamo di covare dei sentimenti che non pensavamo di nutrire. Poiché la nostra cultura li giudica “negativi”, ci siamo conformati al pensare comune negandoli e reprimendoli. Ma siamo umani e questo è semplicemente impossibile. Il “più” e il “meno” sono entrambi parte di noi, come il giorno e la notte sono parte del ciclo quotidiano.

Così, un sintomo dopo l’altro, di scoperta in scoperta, finiamo col conoscerci sempre meglio, il che ci permette di cambiare consapevolmente i nostri atteggiamenti, di non compiere più gli stessi errori, di perdonare noi stessi e gli altri, di capire che siamo noi a creare la nostra realtà e infine di vivere meglio perché la nostra vita sarà sempre più libera e sana.

Nei prossimi articoli farò degli esempi concreti. Se volete sottopormi qualche caso personale siete i benvenuti. L’importante è fornire la vostra età, il sesso, le risposte dettagliate alle tre domande fondamentali e qualunque altro dato riterrete utile (sul vostro lavoro, la vostra famiglia, ecc). Scrivetemi al seguente indirizzo: alessandragiacalone@alice.it autorizzandomi a pubblicare la vostra storia senza rivelare la vostra identità.

Intanto, Buona Vita a tutti!

Alessandra Giacalone

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