Attività di gruppo e Leadership collaborativa – Parte prima

L’evoluzione della Coscienza

“Il concetto di leadership collaborativa diventa una necessità comune, nel momento in cui il vecchio concetto di leadership, i vecchi metodi che hanno prodotto la costruzione della civiltà attuale e l’attuale sviluppo evolutivo dell’umanità, arrivati a questo punto sono ormai obsoleti ed esauriti. Adesso questo vecchio concetto precipita, per così dire, i suoi stessi difetti, e si rivela quindi totalmente inadeguato a provvedere a una soluzione per l’umanità. Ed è per questo che oggi nel mondo si riscontra un problema di leadership di una portata tale che soltanto il concetto di leadership collaborativa può risolverlo.”

Qualche anno fa mi imbattei nel libro “Leadership Training” di Lucille Cedercrans e passi come quello sopra riportato fecero affiorare in me profonde intuizioni. A quel tempo partecipavo intensamente alle attività di una importante associazione psico-spirituale dedita, attraverso un avanzato metodo di lavoro di gruppo, all’organizzazione  di scuole di risveglio, di meditazione e crescita della coscienza basate fondamentalmente sull’insegnamento di Alice Bailey. Il fondatore era da poco passato sui piani sottili e il problema della successione nella leadership era estremamente vivo e sentito. Una fase delicata e critica attraverso cui altre comunità psico-spirituali nel mondo  erano passate non senza crisi e difficoltà. Era chiaro a tutti che il modello di leadership che era stato incarnato fino ad allora non era più proponibile, per diversi motivi: nessuno degli allievi aveva raggiunto la caratura spirituale del fondatore, le sfide che si presentavano erano troppo ampie e differenti per poter essere gestite da una persona sola, nuove energie stavano emergendo e chiedevano nuovi approcci a tutto l’argomento e soprattutto la finalità ultima di tutto il lavoro di crescita della coscienza svolto in gruppo aveva proprio il concetto di gruppo come centro fondamentale. Sentivamo che la leadership  doveva essere incarnata secondo le nuove direzioni che la vita stessa ci stava indicando, sapevamo che doveva essere in qualche modo collegata all’idea di gruppo e all’attività di gruppo, in quanto elementi  fondamentali nella nuova era in cui ormai eravamo entrati. Coscienza di gruppo, attività di gruppo, leadership di gruppo. Percepivamo molti punti fondamentali di questa nuova idea che sentivamo aleggiare sopra di noi, avevamo fatto molta esperienza negli anni, sperimentato molte soluzioni, eppure mancava il quadro complessivo,  una formulazione teorica che facesse quadrare il cerchio. Personalmente l’incontro con quel libro aprì le porte a molte comprensioni e prospettive nuove. Cercherò di esporre brevemente in questo articolo alcune riflessioni e considerazioni in proposito.

C’è un fenomeno incontrovertibile e osservabile ovunque ed è l’incredibile accelerazione che il processo di crescita della coscienza sta mostrando in tutto il mondo. La Vita ha premuto sul pedale dell’acceleratore e ovunque le persone cominciano ad interrogarsi. L’anima si risveglia in loro, e chiede attenzione. Le persone si fermano a guardare la propria vita, i propri valori, le proprie abitudini, il proprio mondo interiore e il mondo che li circonda e si domandano: perché? Cosa sto facendo? Per chi lo sto facendo? Da semplici domande come queste spesso comincia un percorso di autorealizzazione, che a seconda della filosofia che è affine alla vibrazione individuale possiamo chiamare percorso di risveglio, di identificazione col Sé, di crescita della coscienza, di liberazione, di espansione nell’Uno, di unione col Divino, ecc. ecc.

Queste persone si mettono alla ricerca di risposte, le cercano dentro di sé e fuori di sé e la prima cosa che scoprono è sorprendente e ovvia allo stesso tempo: non sono sole. Molte altre persone sono pervase dalle stesse domande e dallo stesso senso di urgenza. Altra cosa che scoprono è che il loro sentire, il loro percepire che c’è qualcosa di più e oltre, ha un nome, ed è già stato formulato in modo comprensibile da qualcuno, magari in un tempo remoto, magari  in tempi recenti, contiene valori che il cuore riconosce e risposte che la mente comprende e accoglie con una naturalezza disarmante, quasi fosse il riaffiorare di un ricordo antico. Indipendentemente dalla tradizione cui uno si avvicina, ciò avviene per ogni individuo e ogni tradizione.  Così si entra in contatto con un mondo nuovo, un mondo di grandi ideali e grandi visioni, cui si risuona. E immediatamente dopo ci si rende conto che da soli si è impotenti. Che nulla comunque accadrà da solo, automaticamente. Che grandi visioni abbisognano di grandi energie per venire in manifestazione. Che grandi energie richiedono l’unione di molte persone, in modo proporzionale. Si scopre la legge dell’Attività di Gruppo. Si comincia a percepire un nuovo mondo di pensiero, il mondo della Coscienza di Gruppo, dell’ individualità pienamente espressa e messa al servizio di un proposito comune, di un bene che va al di là di se stessi e dei propri cari ma che abbraccia una fetta più grande dell’umanità. Quest’epoca di risveglio della coscienza è l’epoca del Gruppo, un’entità Gruppo risvegliata a se stessa, composta da elementi individuali risvegliati, che nell’entità Gruppo trovano nuove dimensioni di consapevolezza, di interazione e di unione. Nell’era dei gruppi le Visioni, i Propositi che si possono manifestare sono molto più sentiti, compresi e condivisi.  Formazioni di gruppo che hanno agito in coscienza di gruppo ci sono sempre state ma erano piccole. Le masse si sono sempre mosse sospinte dai bisogni, in modo inconscio e automatico. Ora una sempre più grande percentuale di persone è pronta ad attivarsi in modo consapevole per il raggiungimento di un determinato scopo. Esistono molte visioni e molte differenze ma si è pronti a mettere l’accento, al contrario del passato, su ciò che unifica e non su ciò che divide. Ciò precipita la necessità di mettere in contatto tutti questi punti di luce in modo da formare una rete di individui, gruppi, centri che collaborano in modo coordinato e costruttivo. Esiste una stretta connessione tra crescita della coscienza, contatto con l’anima, coscienza di gruppo e attività di gruppo. La natura dell’Anima è coscienza di gruppo, sul piano dell’anima non esiste separazione. Non esisterebbe Umanità senza il Principio di Unanimità.  La natura dell’Anima è fratellanza. La Fratellanza si esprime come attività di gruppo e buona volontà.

Oggi, lentamente e progressivamente, i nuovi gruppi nascono e sono governati dalle leggi dell’anima. Faranno perciò squillare una nota diversa e saranno saldamente uniti da aspirazione e obiettivo comuni. Saranno composti d’anime libere, individuali e progredite, che non riconosceranno altra autorità se non quella della propria anima, e subordineranno i loro interessi all’intento dell’anima del complesso. Come nelle epoche trascorse il conseguimento del singolo servì ad elevare l’umanità, così un analogo conseguimento ottenuto in gruppo la innalzerà ancora più rapidamente.” Alice A. Bailey , T7R

Sebbene questi gruppi nascano e siano governati dalle leggi dell’anima il loro pieno funzionamento e la loro piena espressione è un punto di arrivo e non di partenza, è il risultato di un processo di crescita individuale e di gruppo. L’interazione di gruppo basata su un percorso di crescita della coscienza in formazione di gruppo porta indubbiamente alla velocizzazione del processo di crescita stesso ma anche alla precipitazione di problematiche che se non adeguatamente gestite possono portare alla dissoluzione del gruppo stesso. Infatti alle difficoltà naturali insite nel lavoro di gruppo (retti rapporti, conflitti tra competenze individuali e creatività individuali, inerzia di gruppo, idealismi di gruppo, ecc. ecc.), si sommano i processi di crescita della coscienza cui ogni membro è sottoposto. Questi  processi possono temporaneamente stimolare tratti del carattere non costruttivi, personalismi, crisi interiori, ecc., in un caleidoscopio di energie che rendono molto complesso e delicato il procedere del gruppo e quindi la manifestazione del suo proposito unificante.

Chiunque abbia lavorato a lungo in gruppo (in qualunque tipo di gruppo) ha sperimentato quanto l’ambiente del gruppo sia di per sé stimolante, anche solo per il semplice fatto di confrontarsi e relazionarsi con qualcuno di diverso da sé. Si può essere molto inconsapevoli dei propri meccanismi automatici di risposta alle sollecitazioni esterne, si può essere completamente identificati nei propri bisogni,  nei propri ideali, nelle proprie convinzioni ma per quanto si possa essere “chiusi” o a anche “accartocciati” su se stessi l’esperienza di gruppo ha comunque delle ripercussioni sulla psiche e provoca dei cambiamenti interiori. Gli effetti possono essere più o meno grandi e visibili ma sono inevitabili (a seconda del livello di coscienza dei membri, della consapevolezza già sviluppata, del proposito del gruppo stesso, ecc.)

Maggiori sono la consapevolezza individuale dei propri meccanismi e dei meccanismi di gruppo, la “presenza” e l’attenzione a ciò che si muove in se stessi e tra i membri del gruppo, la conoscenza e l’esperienza della psicologia dell’uomo e delle dinamiche di gruppo, la profondità del proposito del gruppo, maggiori saranno le opportunità di crescita e di trasformazione dei singoli membri e del gruppo intero. Più facile sarà identificare i trabocchetti della psiche, individuale e di gruppo, e disinnescarli prima che precipitino eventi dannosi all’armonia del gruppo, più facile sarà evitare dispersioni di energia e più facile e veloce infine sarà manifestare il proposito del gruppo.

In base a questa capacità di “presenza”, di coscienza di sé, di capacità di autoanalisi e di agire sulla propria trasformazione, sulla espansione della propria coscienza e sulla capacità di includere, possiamo per semplicità differenziare i gruppi in quattro tipi differenti, anche se i confini non sono mai netti:

  • Gruppi di lavoro aziendali.

Nei team di lavoro aziendale l’aspetto coscienza è del tutto marginale. Gli obiettivi di gruppo sono legati alla produttività, alla qualità del prodotto, all’efficienza. In gioco ci sono le capacità e le competenze di ciascuno e la ricerca dell’armonia interna dell’individuo e del gruppo quando è presente è funzionale al raggiungimento degli obiettivi aziendali. La persona non è al centro. Il lavoro molto spesso è vissuto come una necessità per la sopravvivenza e non come una opportunità creativa; lo scambio energetico lavoro-stipendio spesso crea dinamiche di scissura interne alle persone e tra le persone. Anche se ultimamente si comincia a dare più attenzione all’aspetto coscienza non vi è nessuna strategia di ricerca della crescita interiore né attenzione a quegli aspetti emotivi, idealistici, etici e morali che possono portare conflitti all’interno dell’individuo e dei gruppi.

  • Gruppi sportivi, sociali, culturali, di volontariato.

In questi gruppi l’elemento unificante non è la necessità di una entrata economica per la sussistenza fisica ma la ricerca di un nutrimento più sottile, emotivo, intellettuale o di Valori appartenenti alla parte più profonda ed elevata della coscienza dell’individuo. Non essendoci il rapporto della dipendenza economica le dinamiche che si instaurano in questi gruppi sono differenti. La condivisione di un elemento profondo della coscienza porta a possibilità di incontro e scambio maggiori, di intese e confronti che nutrono e permettono una espansione. Ma nella maggior parte dei casi la crescita è indiretta non essendoci una consapevolezza dei meccanismi psicologici, se non superficialmente. A volte si è consapevoli delle opportunità di crescita ma non ci sono precise strategie in merito legate alla crescita cosciente della consapevolezza. Nei gruppi che si occupano del bene comune spesso c’è un profondo sentire del cuore, una risposta sincera alla sofferenza dell’umanità ma negli individui manca una integrazione della personalità, gli individui agiscono secondo “personalità molteplici”, in base a quale elemento della propria personalità si attiva nelle varie situazioni.

  • Gruppi di crescita della coscienza, gruppi di risveglio.

Il proposito di questi gruppi è la crescita dell’individuo inteso come coscienza, la trasformazione dell’io, il risveglio ad una nuova consapevolezza. Il lavoro psicologico è strutturato in modo teorico e pratico, lo studio dei meccanismi e delle potenzialità dell’individuo può avvenire secondo le più diverse tradizioni, occidentali e orientali, religiose o filosofiche. Il minimo comun denominatore è la scelta consapevole di aver intrapreso un percorso di trasformazione interiore in risposta ad una chiamata della propria anima, una chiamata che non poteva essere ignorata. Lungo tutto il lavoro che viene svolto l’individuo si mette in gioco e ricerca dentro di sé le cause dei propri malesseri. Impara l’autoanalisi, l’autosservazione, l’attenzione. In ogni situazione c’è la precisa consapevolezza di dover e poter agire sul proprio equipaggiamento, in primis il corpo emotivo e mentale. Col tempo questo atteggiamento si consolida e diventa un modo naturale di agire. Nel procedere nel lavoro di integrazione della personalità cominciano a manifestarsi i primi segni di intuizione, di contatto con le sfere superiori dell’Essere Umano. Si crea così il canale di comunicazione tra mente e cuore, si sviluppa il lato carente di questi sentieri complementari.

  • Gruppi di Servizio.

Dopo che il lavoro su di sé ha portato buoni risultati di integrazione della personalità e un qualche contatto con l’anima e l’afflusso di energie superiori si manifesta come dedizione consapevole al bene comune si entra a far parte di un gruppo di servizio. Questi gruppi sono caratterizzati dal fatto che non hanno al centro il lavoro di crescita della coscienza, che continua e viene portato avanti da ciascun individuo sotto la propria responsabilità. In questi gruppi la coscienza viene messa a disposizione di un proposito comune che tende ad un bene più grande, a soddisfare una delle tante necessità umane, in proporzione all’estensione del gruppo, alle sue forze, alla sua percezione Superiore, nel campo di affinità dell’individuo e del gruppo scelto. Ciò che caratterizza questi gruppi è la capacità di visione sul lungo periodo, la capacità di pianificare interventi che vadano ad agire sulle vere cause delle situazioni, le loro azioni non sono volte al tamponamento degli effetti nel presente ma alla rimozione delle cause nel futuro. C’è una grande capacità di funzionare nel mondo del pensiero unita ad una capacità di manifestare azioni concrete con una armoniosa espressione di cuore e mente, intuizione ed azione. Le attività di servizio possono essere le più varie, attività di divulgazione degli insegnamenti seguiti, l’organizzazione di eventi culturali volti ad affermare il Bene, il Bello e il Vero, di sensibilizzazione a qualche tema sociale, attività legate alla guarigione, alla politica, all’educazione, ecc. In ogni caso le energie non sono disperse ma focalizzate sull’obiettivo. Non c’è dispersione e separazione tra i vari livelli della coscienza né saturazioni parziali, ma totale dedizione ed unificazione delle energie sul Proposito comune. La coscienza è tutta coinvolta con i suoi strumenti nel proposito di servizio che coincide con il Valore più elevato percepito dal cuore e compreso dalla mente di ciascun membro.

Questa classificazione vuole essere solo indicativa, i gruppi possono sfumare gli uni negli altri, ma per chiarezza una classificazione era necessaria, seppur con tutti i limiti inevitabili, in quanto le dinamiche possono essere profondamente differenti, o meglio gli strumenti per affrontare le dinamiche possono essere o meno utilizzabili a seconda di quanta consapevolezza sia presente nel gruppo. Per questo nel continuare questo lavoro ci riferiremo sempre a gruppi ideali del 3° e  4° tipo, perché la Leadership Collaborativa, sebbene possa nascere ed essere presente in ogni gruppo, è la meta da raggiungere e la finalità di tutto il lavoro della crescita della coscienza consapevole in questa epoca.

“Una delle osservazioni più sottili che ogni allievo possa fare – agli inizi del suo cammino verso la Saggezza – è rappresentato proprio dalla scoperta di dove egli si trova. Il rendersi conto del fatto che non ha un controllo positivo del movimento direzionato della propria energia, forza e sostanza, questa è un’eccellente comprensione e rappresenta l’inizio di una vera leadership. La leadership inizia infatti da se stessi.”Leadership Training.

Il lavoro su di sé è fondamentale per l’emersione del leader perché il leader, per l’accezione che useremo nel proseguo di questo lavoro, non è “qualcuno che sa fare bene qualcosa, ma qualcuno che è ed esprime se stesso qualunque cosa faccia”. Faremo qualche accenno al controllo positivo delle proprie energie (controllo che racchiude in sé tutto il percorso della crescita della coscienza e tutto il lavoro alchemico di trasmutazione) nella seconda parte dell’articolo. Il percorso della leadership è un percorso di Presa del Centro, di conquista di quel centro interiore che è l’origine della vera forza del leader, indipendentemente da ciò cha accade all’esterno, che è in grado di mutare ciò che esiste all’esterno. La crescita della leadership è un processo che si svolge lentamente in quanto la trasmutazione alchemica dell’equipaggiamento richiede tempo e sforzo.

“Coloro che rivestono oggi nel mondo un ruolo di leadership sono già passati per quello che voi ora state affrontando, nel loro rapporto con la loro particolare attività di servizio, con i problemi dell’umanità alla loro epoca, ecc. Non si raggiunge infatti una posizione di influenza nel mondo senza essersi prima sottoposti ad un addestramento ad essa. Potete quindi ridimensionare l’ego, quando questo sembra allargarsi troppo, e rafforzare nel contempo l’identificazione spirituale con questa comprensione.” Leadership Training

Tutto il percorso della vita i ogni individuo dall’inizio del risveglio in avanti è in essenza un addestramento alla leadership: innanzitutto per diventare leader delle proprie parti e in seguito  per imparare a confrontarsi e collaborare con chi incarna compiti e  vibrazioni differenti del Divino Incarnato. E per questo non vi è miglior terreno di apprendimento del gruppo e miglior strumento del lavoro di gruppo. Essere consapevole del funzionamento di ogni parte del proprio equipaggiamento (fisico, emotivo e mentale), disciplinarlo e saperlo direzionare interamente e secondo la propria volontà in una direzione univoca è il primo passo per raggiungere quella coerenza energetica interna che permette alle idee di trasformarsi in fatti concreti.

“È del tutto impossibile che possiate ottenere alcun successo in tutti i vostri sforzi, conformi al vostro allineamento con l’intento superiore e con i concetti che esso insegna, se nello stesso tempo questo successo cercate di ottenerlo attraverso i vecchi metodi e le vecchie tecniche. E’ qualcosa che dovete prendere in considerazione, se volete dimostrare – o anche confutare – la realtà o i valori dei concetti fondamentali di questo insegnamento, e le tecniche che esso vi presenta. In primo luogo c’è da dire che, finché vi limitate ad accettare il concetto a livello conscio sul piano mentale ed emotivo, e poi invece ne applicate un altro del tutto diverso nei vostri sforzi oggettivi, non potete certo aspettarvi risultati né in un senso né nell’altro, perché le vostre energie vengono messe in un conflitto che annulla l’effetto esterno che desiderate ottenere nel tempo e nello spazio.” Leadership Training

Nella seconda parte dell’articolo affronteremo la costituzione energetica di un gruppo e le indicazioni per una corretta circolazione di energia al suo interno, circolazione che determinerà se il proposito del gruppo troverà un canale di manifestazione oppure non lo troverà. Chiaramente tale corretta circolazione di energia deve essere instaurata innanzitutto all’interno di ogni singolo membro.

 

Psicosomatica, la salute come conquista di noi stessi

“L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.”
(Aldous Leonard Huxley)
 

 Come scritto nel precedente articolo “Come sopra così sotto…”, la Psicosomatica viene intesa in modi diversi a seconda dell’ambito. Molti sono gli autori antichi e moderni che hanno indagato le possibili relazioni tra corpo, mente e spirito, e la scienza compie ogni giorno nuove scoperte a supporto delle loro intuizioni. Qui si vuole proporre un approccio semplice e di buon senso, che aiuti ciascuno a trovare le risposte e le possibili soluzioni ai propri malesseri. Ma queste risposte possono insegnarci anche molte altre cose su noi stessi e sul senso della nostra vita.

Con la malattia e i suoi sintomi, e persino con i traumi che sono solo apparentemente casuali, possiamo dire che la nostra “anima” ci sta mandando un messaggio fisico per segnalarci un disagio non fisico che è nascosto in noi. Si tratta allora di trovare la giusta chiave di lettura per quel segnale. Come quando una spia si accende sul cruscotto dell’auto, non dobbiamo eliminare la spia bensì conoscerne il significato per potere rimediare.

Questo approccio non ha la pretesa di sostituire il parere del medico che deve poter fare la sua diagnosi e indicare le possibili cure. Ma certamente costituisce un importante sostegno alla cura stessa, a prescindere che questa venga intrapresa secondo i dettami della medicina convenzionale (farmacologica e chirurgica) oppure della medicina naturale. E a volte, soprattutto quando il sintomo è recente, la comprensione della sua origine profonda può farlo rapidamente attenuare o persino sparire.

Il nostro punto di riferimento è sempre la Fisica Quantistica che ha confermato che, grazie all’Effetto Osservatore, il pensiero crea – e quindi può modificare – la materia. Lo fa a livello subatomico ma anche molto più banalmente, per quanto riguarda il nostro corpo, a livello fisiologico. E’ già ampiamente accettato che ogni nostro pensiero provoca nel cervello l’accensione di determinate aree neuronali, le quali innescano una reazione elettrochimica che induce il rilascio di sostanze, le quali a loro volta distribuendosi nel corpo provocheranno delle reazioni locali. Quello che sta emergendo recentemente è che nel corpo vi è anche una trasmissione di informazioni molto più sottile e veloce, anzi istantanea, difficilmente misurabile e che provoca modificazioni ancora più profonde come quelle a livello genetico.

Questa notizia è cattiva e buona al contempo. Infatti, la grandissima maggioranza dei nostri pensieri è inconscia e avviene automaticamente in base alle nostre credenze. Ma almeno ora sappiamo che, così come siamo responsabili delle nostre malattie, abbiamo anche il potere di guarirle a condizione di adoperarci per cambiare tali pensieri e credenze.

Le nostre credenze hanno diverse origini. Innanzitutto genetica, poiché nel nostro DNA sono inscritte anche le credenze e gli atteggiamenti dei nostri avi. Così come ereditiamo il colore degli occhi e dei capelli, ereditiamo infatti anche parte del vissuto delle loro esperienze che si è letteralmente impresso nel loro corredo genetico. Poi c’è la nostra esperienza perinatale: dal concepimento ai primi mesi di vita, c’è comunque una parte di noi che “sente” e “valuta” ciò che accade, anche se inizialmente sembriamo poco più di un ammasso di cellule. Un lutto in famiglia, un trasloco, una lite o una semplice indisposizione della madre fanno comunque parte dell’universo del feto. Per non parlare della nascita stessa che, per quanto oggi si faccia di tutto per renderla piacevole e sicura, costituisce di per sé un trauma. Dopodiché ci troviamo allo scoperto, in balia degli adulti e degli eventi, e ancor più valutiamo il modo in cui veniamo accolti in questo mondo. Questo avviene indipendentemente dalle intenzioni dei genitori: anche la mamma migliore del mondo può trovarsi a non poter dare la sua attenzione al figlio proprio nell’attimo in cui egli ha bisogno di una rassicurazione… E’ impossibile impedire che il neonato faccia le sue esperienze e abbia le sue percezioni a riguardo. E non avrebbe alcun senso, essendo egli nato proprio per questo. Infine cresciamo e siamo direttamente esposti ai condizionamenti familiari, sociali e ambientali che costituiscono la cultura umana, e perciò limitata, del nostro tempo e del nostro luogo. E ad essa è molto difficile sfuggire.

Ecco che, come risultato di tutta questa vera e propria programmazione, in noi albergano numerosi pensieri limitati e limitanti per lo più inconsci, che condizioneranno la nostra vita e la nostra salute finché non verranno fatti emergere dal fondo torbido dello stagno mentale in cui dimorano. Il nostro corpo sarà geneticamente predisposto a certe debolezze e malattie, che noi alimenteremo permettendo a tali pensieri di dominarci nell’ombra. E anche se è vero che esistono fattori scatenanti esterni quali virus, batteri, tossine e condizioni ambientali, la nostra resistenza ed essi dipende da questi pensieri.

Che fare, allora? Per fortuna oggi fioriscono tanti metodi per riprogrammarsi e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Qualunque strada noi decidiamo di intraprendere per aumentare la nostra consapevolezza è la benvenuta, e percorreremo di volta in volta quella che ci è più congeniale in un determinato momento. L’importante è innanzitutto decidere di riprendere in mano le redini della nostra vita, dopodiché dobbiamo alzarci e camminare!

Nella mia professione di naturopata tendo ad integrare diversi sistemi contemporaneamente. Mi avvalgo innanzitutto della Medicina Tradizionale Cinese, la quale da millenni ha brillantemente sia descritto il rapporto tra le nostre due polarità Yin e Yang, sia correlato organi ed emozioni in un sistema suddiviso in 5 “logge” interdipendenti. Unendo anche stagioni, elementi, colori, movimenti, alimenti e altri fattori, questa antica medicina olistica permette di comprendere molto bene i meccanismi in corso nel nostro corpo quando esso è in salute, così come quando si è instaurato uno squilibrio e si è manifestato il sintomo. Fondamentale è il dialogo con la persona, che deve descrivere i suoi sintomi ma anche il contesto esistenziale in cui essi sono apparsi.

In pratica, rifacendoci alle tradizioni del passato ma anche agli autori moderni, possiamo capire qual è il problema interiore che sta dietro al nostro sintomo osservando quale funzione dell’organo o della parte del corpo viene toccata, amplificata, ridotta o impedita. Il corpo umano è stato “mappato” in molti modi, per cui talvolta alle sue parti sono stati attribuiti significati diversi. Non c’è nulla di sbagliato in questo, perché non siamo macchine e stiamo parlando di un ambito legato all’individualità e all’intuizione, più che alla logica. Suggerisco quindi di leggere diverse fonti e di trovare quella che ci risulta più congeniale, sapendo che ci fornisce solo delle indicazioni di massima.

L’aiuto di un professionista preparato è importante perché egli svolge il ruolo dello specchio e dell’avvocato del diavolo, portandoci a vedere ciò che magari è sotto i nostri occhi ma che non abbiamo la distanza sufficiente per vedere, oppure accompagnandoci a compiere in sicurezza una piccola esplorazione interiore.

Qui propongo un metodo semplice e di facile applicazione per chiunque voglia comunque provare ad aiutare se stesso, basato soprattutto sul porsi le domande giuste e che può diventare l’inizio di un nuovo viaggio. Le domande di base sono queste:

  1. “Descrivi il sintomo in ogni suo aspetto, con parole prese tra i gesti e gli oggetti d’uso comune”. Ad esempio, il dolore di testa è martellante, come un cerchio che stringe, come una lancia infilata, come una corona di spine, come dei chiodi… Dobbiamo descrivere anche quando esso appare e quanto dura. Questa è una domanda importantissima, perché più ci sforzeremo di osservare e descrivere il sintomo in ogni sua componente, più emergeranno delle connotazioni che abbiamo inconsciamente attribuito alla situazione. Se ad esempio accomuniamo un dolore ad una pugnalata ed esso si colloca nella schiena, è facile intuire che abbiamo la sensazione di avere subito un tradimento.
  2. “Che cosa non riesci più a fare da quando è insorto il sintomo?” Anche questa è importantissima, perché serve ad evidenziare quale vantaggio – ce ne è sempre uno, anche se non sembra – il sintomo procura e quindi qual è il suo vero scopo. Quasi sempre il sintomo ferma o rallenta la nostra normale attività. In base alla parte del corpo coinvolta e all’impedimento che ne deriva, possiamo capire un altro importante significato simbolico della situazione. Ad esempio, se è coinvolta la mano destra e non siamo mancini, esso ha a che vedere con il “fare” qualcosa che in quel momento non vogliamo o abbiamo paura di fare; o anche di non potere fare, poiché questi significati possono essere dati sia per analogia che per contrasto. Anche il lato del corpo (destra o sinistra) coinvolto ha un senso. A seconda degli autori, esso indica infatti l’area dell’esistenza interessata (es. affetti e famiglia vs lavoro e rapporti sociali, femminile vs maschile, ecc).
  3. Infine l’altra domanda fondamentale è: “In che momento della tua vita è successo; cosa stava succedendo nella tua vita in quel momento?”. Proprio perché il motivo non ci è subito noto, dobbiamo andare a cercarlo nel contesto esistenziale del momento. Un cambio di lavoro, l’inizio della scuola, un matrimonio, un lutto, una nascita, eccetera, costituiscono momenti più importanti di quanto già pensiamo, e poiché tendiamo ad affrontarli controllando e reprimendo le nostre emozioni, queste cercano di emergere facendosi strada nel corpo fisico.

Nella pratica professionale, attraverso il dialogo è possibile approfondire l’indagine adattando le domande alle risposte che emergono via via. Ma in ogni caso queste tre domande forniscono quasi tutte le informazioni che servono, a condizione che rispondiamo con attenzione e sincerità innanzitutto verso noi stessi. Dopodiché sta all’esercizio e all’abilità che sviluppiamo il mettere insieme un quadro che abbia un senso. Non deve essere un senso meccanico e razionale; non è del tipo “il libro dice che il piede vuol dire questo, allora è questo”! Per capire se il senso trovato è quello giusto, ci sono infatti due modi: innanzitutto rimanere sorpresi da ciò che abbiamo scoperto. Come la bolla di gas che improvvisamente risale dal fondo dello stagno scoppiando in superficie, la consapevolezza deve risultarci inaspettata. Poi viene la possibile attenuazione o scomparsa del problema, soprattutto quando questo non è molto grave, che si accompagna ad un senso di liberazione e spesso anche ad un rilascio emozionale: il respiro si sblocca, il torace si allarga, sgorgano delle lacrime… Se però il sintomo è più grave o consolidato dovremo applicarci di più, con costanza e pazienza, contemplando quanto è emerso con benevolenza e gratitudine. Col tempo riusciremo a capire e a modificare il nostro atteggiamento verso una determinata esperienza di vita, una situazione o una persona.

Ciò che più conta in tutto questo non è la guarigione del sintomo, bensì la scoperta dei meccanismi che abbiamo rimosso e nascosto lontano dalla nostra coscienza. Spesso scopriamo di covare dei sentimenti che non pensavamo di nutrire. Poiché la nostra cultura li giudica “negativi”, ci siamo conformati al pensare comune negandoli e reprimendoli. Ma siamo umani e questo è semplicemente impossibile. Il “più” e il “meno” sono entrambi parte di noi, come il giorno e la notte sono parte del ciclo quotidiano.

Così, un sintomo dopo l’altro, di scoperta in scoperta, finiamo col conoscerci sempre meglio, il che ci permette di cambiare consapevolmente i nostri atteggiamenti, di non compiere più gli stessi errori, di perdonare noi stessi e gli altri, di capire che siamo noi a creare la nostra realtà e infine di vivere meglio perché la nostra vita sarà sempre più libera e sana.

Nei prossimi articoli farò degli esempi concreti. Se volete sottopormi qualche caso personale siete i benvenuti. L’importante è fornire la vostra età, il sesso, le risposte dettagliate alle tre domande fondamentali e qualunque altro dato riterrete utile (sul vostro lavoro, la vostra famiglia, ecc). Scrivetemi al seguente indirizzo: alessandragiacalone@alice.it autorizzandomi a pubblicare la vostra storia senza rivelare la vostra identità.

Intanto, Buona Vita a tutti!

Alessandra Giacalone

Questione di cellule

Uno Stato, una comunità, è un organismo le cui cellule sono rappresentate dai singoli individui. In un organismo sano tutte le cellule cooperano tra loro in modo da produrre la condizione di equilibrio ideale: ciascuna svolge il suo compito secondo la propria natura, in armonia con le altre e questo mantiene tutto il corpo in uno stato di benessere.

Sappiamo bene, però, cosa accade se alcune cellule impazziscono. Cominciano a riprodursi disordinatamente e senza criterio, aggrediscono le proprie “sorelle”, prevaricano, contaminano e devastano, rendendo l’organismo malato e sofferente ed innescando in pratica un processo di autodistruzione.

“Come in alto, così in basso” scrive Ermete Trismegisto nella Tavola Smeraldina. Il microcosmo rispecchia il macro. Come per il corpo fisico, così per il corpo sociale il nemico è interno. Le cause della nostra attuale sofferenza come Paese non vanno ricercate nelle circo-stanze (in ciò che ci circonda) ma nel nostro tessuto cellulare, perché se è vero che dall’esterno alcuni “batteri” possono attaccarci, è altrettanto noto che questi possono attivarsi solo su un terreno predisposto. “Il germe non è nulla, il terreno è tutto”, diceva Pasteur.  Un organismo in perfetta salute vibra di un’energia troppo elevata per poter essere intaccato.

Ma cosa fare quando la metastasi sembra ormai troppo estesa, quando i suoi “tentacoli” – è il caso di dirlo – sembrano essersi troppo ramificati per poterli estirpare? E soprattutto, estirpare – parola che viene sovente utilizzata e che ha in sé qualcosa di violento – è la soluzione?

Io ho invece la sensazione che l’unica vera terapia consista nell’immettere in quell’organismo cellule nuove, cellule sane, cellule più forti e inattaccabili, in altre parole … cellule consapevoli. Dove consapevolezza non significa giudizio, ma autocoscienza. Capacità di osservare, di capire, di agire senza rabbia, di sentirsi parte dello stesso Tutto cui appartengono anche le cellule impazzite. Capacità di guardarle, senza rinnegarle.

Le cellule consapevoli non sono aggressive, ma resistono all’aggressività come pietre inscalfibili. Sanno che scagliarsi contro le sorelle “impazzite” significa scagliarsi contro se stesse. La loro cosciente presenza, la loro incorruttibilità e il loro progressivo moltiplicarsi sono condizioni sufficienti affinché l’organismo pian piano si ripulisca e si rigeneri spontaneamente, perché avvenga, in definitiva, l’auto-guarigione.

Immettere nel tessuto sociale quante più cellule consapevoli possibili, come in una graduale trasfusione di sangue: è questo l’obiettivo verso cui dovrà tendere chiunque desideri impegnarsi per la rinascita della propria nazione.

Elena Guidi