“Umano, ancora troppo umano.” La società in cui viviamo è la parodia di una vera società.

“Umano troppo umano.” Queste parole di una canzone degli ACDC mi ritornano in mente ogni volta che mi fermo a pensare…ecco: mi fermo a pensare. Che cosa strana: oggi. Fermarsi e pensare e, poi, ragionare e, quindi, capire; e persino, (perché no?) comprendere; questo, però, soltanto se siamo di buon umore.

E, dunque, comprendo che la confusione indotta nella mente singola e nella mente collettiva di un popolo è una di quelle strategie che funzionano da sempre e, possiamo aggiungere, sempre meglio, via via che si affinano le tecniche del neuromarketing e delle diversissime terapie ipnotiche con cui esercitare il controllo della società.

Quali sono le armi migliori in dotazione a questi nemici dell’uomo libero? Le solite: Paura e Ignoranza.  Eppure, ormai, pare che anche la storia non abbia più il tempo per insegnarci qualcosa. Anche la storia che i becchini di regime avevano dichiarato morta come tutto il resto (dio, il romanzo, il rock and roll), anche la storia è viva e va di corsa, sempre più veloce, sempre più stressata, e precipita verso la fine di questo suo ciclo oscuro. Eppure i maestri della confusione non hanno dimenticato la lezione del buon Pavlov, ma l’hanno affinata e resa più performante.

Loro lavorano sulla struttura mentale dell’individuo, perché questa è la cellula che formerà l’intelligenza dell’alveare, e dalla scuola fino all’università (per ventanni!) le impediscono di generarsi e ri-generarsi in modalità davvero indipendenti. Le eccezioni vengono punite con severità esemplare ed emarginate in maniera definitiva.

Da ciò l’impossibilità di riconoscere la paura come tale e l’imparare a governarla.

Da ciò l’impossibilità di riconoscere l’ignoranza come tale e l’imparare a governarla.

Per questo non si riconoscono più le parole e alle stesse si da un significato diverso moltiplicando la confusione.

E così: un vigliacco sembrerà un uomo di buon senso, un servo sembrerà un rappresentante del popolo, un mentitore sembrerà un uomo di cultura, un dittatore sembrerà il paladino della democrazia, un demente sembrerà un artista. In una tristissima parodia che non smette di peggiorarsi.

La mente è il motore ed ha cilindrate diverse che possono essere modificate, sebbene la legislazione vigente sia attenta a considerare illegale ogni modifica apportata al motore per potenziarne le prestazioni.

La cultura e la controcultura ne sono i carburanti.

L’arte è l’automobile, la sua carrozzeria, la sua aerodinamica, il suo design, ma anche le sue ruote ed i suoi pneumatici, i soli capaci di farla camminare attraverso i secoli.

Quanti motori fermi perché senza benzina.

Quanti depositi di carburante inutilizzati.

Quanti motori senza veicolo o senza carburante.

Quante carrozzerie arrugginite usate come pollai.

“Highway to Hell” Cantava Nietzsche.

 

Augusto Scano

La malattia cronica degli intellettuali italiani

Partiamo dal compagno Renzi. Aveva tweettato qualche mese fa: “Fuori la politica dalle banche e fuori le banche dall’editoria.” “Ho detto tutto.” Ha spiegato, come Peppino De Filippo. Ha aggiunto, poi, come Gesù: “Chi ha orecchie per intendere intenda.” Lasciamo stare il fatto di credere che sia lui o meno quello capace di rivoluzionare la nostra sempre più povera Italia (e lo dico senza benché). Cosa questa altamente improbabile per molteplici ragioni che non dobbiamo esaminare qui.

Torniamo al punto. Tutti si riempiono la bocca (qualcuno anche le tasche) parlando del bisogno di cultura. Gli editori stanno alla cultura come un centro commerciale sta al mercato. Che succederebbe se la grande distribuzione organizzata fosse in mano soltanto a quattro gruppi (l’ironia, in questo esempio, non è casuale) che fanno da cartello e decidono politiche commerciali e prodotti? Nonché l’orientamento all’acquisto da parte dei consumatori attraverso il marketing (anche politico)? Accadrebbe che i poteri economici deciderebbero cosa farci mangiare e quanto farcelo pagare. Bene. L’editoria italiana è in mano a quattro grandi gruppi (Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli e Mauri-Spagnol) che decidono cosa farci leggere e perché. La situazione editoriale che riguarda gli altri mezzi di comunicazione non è meno grave, anzi. Con l’unica parziale eccezione del web. Parzialità che meriterebbe un esame dettagliato e distinguo essenziali. Se qualcuno pensa che il controllo della cultura sia meno grave si sbaglia. O meglio sta confermando  che il sistema funziona. Visto che la cultura, ovvero il carburante che permette al nostro cervello di stare acceso, determina la nostra scelta per ciò che decidiamo (verbo complesso) di mangiare.

I piccoli editori (alcuni molto preparati e serissimi che possono vantare scelte coraggiose e difficili) non riescono ad arginare questo monopolio. Perché? Qualche dato. I piccoli editori pubblicano circa il 7 % dei titoli italiani, però producono solo il 3 % circa della tiratura complessiva. Tralasciamo (ma ricordiamo) che circa il 90 % delle pubblicazioni in Italia si sostanzia in traduzioni di autori di lingua straniera. Quindi, la lingua italiana (con l’eredità preziosa che comporta) non è tutelata (alla pari di quasi tutto il nostro patrimonio artistico) e le potenzialità culturali della futura letteratura restano inespresse o castrate in questo ennesimo esempio infelice di colonialismo culturale.

In Italia si pubblicano circa 6 libri all’ora. Quali sono le conseguenze?

1) la tiratura media di un titolo è stimata intorno alle 4.000 copie. Il che rende pressoché impossibile (a quasi tutti gli scrittori) il vivere del proprio lavoro;

2) ben pochi scrittori possono prepararsi in maniera adeguata e rendersi consapevoli del proprio ruolo culturale (dato come assunto che la linea preposta a dividere il professionista dal dilettante è quella che fa del primo colui che è in grado di veder retribuito il proprio tempo-vita in modo almeno sufficiente);

3) lo scrittore è quasi sempre, in questa modalità, relegato in un ruolo economicamente debole (quindi facilmente controllabile) ed è, il più delle volte, impossibilitato a non conformarsi al pensiero unico dominante, per giunta imbalsamato e reso ottuso dal politicamente corretto.

L’industria pseudo-culturale bombarda con la quantità. Si guarda bene dal selezionare contenuti e forme diversi da quelli che l’assuefazione ha reso tollerabili al fruitore. La Letteratura si è trasformata così in un genere di primo conforto consolatorio. Uno di quegli psicofarmaci (tanto venduti) che non affrontano le cause del problema, ma lo narcotizzano e (al più) lo denunciano in modo sostanzialmente blando, sempre, comunque, rigorosamente dentro il recinto dell’ortodossia del sistema.

Qualsiasi studioso della mente vi confermerà che l’elemento quantitativo e caotico genera il fenomeno della disattenzione e della passività. Vi dirà anche che il ridursi delle differenze tra i prodotti culturali (sì, anche i libri) e l’aumento della somiglianza tra questi, determina la rinuncia ad una vera e propria scelta.

Premessa la preparazione culturale, la capacità estetica ed ognuna delle altre dotazioni essenziali ad un buon artista (padronanza tecnica dello strumento espressivo e attenzione alla possibilità di tradurre il documento umano arricchendolo con la trasmissione di conoscenza in una prospettiva originale passibile di analogie e rime del concetto), la funzione dello scrittore è anche quella di pensare diversa-mente e di collocare il suo pensiero all’opposizione (sempre sospettoso di fronte ai consensi di quale si voglia maggioranza). E di farlo, possibilmente, senza paura.

Ma qui incontriamo la malattia cronica che affligge moltissima parte degli italiani: il conformismo. E peggiore tra i conformismi: il conformismo degli intellettuali italiani. Fascisti sotto il fascismo e, oggi, persino papisti, pur di poter contare sulla quantità dei consensi, invece che sulla qualità delle idee. Chi vuole faccia un elenco dei vincitori del premio nobel per la letteratura degli ultimi decenni (ormai telegatto internazionale dei benpensanti); vi troverà poche eccezioni in grado di confutare il teorema che pone la mediocrità piena di paura e di attenzione per l’opportunismo più che cedevole alle mode dominanti al vertice di ogni possibile classifica.

Augusto Scano

La Letteratura come esilio

Che la vita fosse altrove qualcuno l’aveva già scritto. Uno in versi e l’altro dando ad un suo bel romanzo proprio questo titolo. Non ve li ricordate? Andateveli a cercare. Sul web (pare) ci sia tutto.

Ma quello che si vuole evidenziare oggi e qui, dentro queste righe, è un aspetto se vogliamo più profondo e (perché no?) oscuro della Letteratura. Più di una volta abbiamo sostenuto quanto lo Scrittore e l’Artista debbano essere fuori dal coro. Immagine emblematica che ci mette davanti agli occhi della mente il coro della tragedia greca ed i suoi protagonisti, i soli, infatti, capaci di una precisa identità e di una voce unica.

Ma torniamo al 2014. Anno di tragedie non più soltanto greche, ma globalizzate e quindi eredità di ognuno.

La società non accetta mai davvero lo Scrittore/Artista. A meno che questo non si conformi, quel tanto che basta da non sembrare troppo diverso. Insomma: che non dica troppa verità e, comunque, non tutta insieme. Che non rischi di rovinare la digestione e (prima e dopo tutto) che non rompa i coglioni costringendo a pensare e a capire e a guardarsi in faccia. Che almeno sia un tifoso di calcio. Oh! Ecco. Non è granchè, ma è già qualcosa.

Lo Scrittore/Artista, invece, è quasi sempre un reietto. Un esule, appunto. E ci vengono, subito, in mente i nostri cari: Dante, Tasso, Foscolo, Dino Campana e Pasolini.  Eppure, proprio dopo che ne è stato bandito (sovente in senso anche fisico), quando è finalmente fuori da quel mondo che l’ha rifiutato, il Nostro imparerà ad osservare quella società che l’ha cacciato (crocefisso e ucciso) come il Brutto Anatroccolo e ne scoprirà ognuno degli aspetti più comici e drammatici e ce li descriverà con scherno, con rabbia, con nostalgia, con odio e amore.

Adesso, però, provate a fare un gioco. Immaginate di averli con voi i vostri Autori e di portarveli in giro a raccontare, questa volta voi a loro, il mondo che vi circonda.

Cosa potreste dire a Dante?

Lui incazzato e non solo, come ci dicono a scuola, perché la sua fazione politica aveva perduto e lui era stato esiliato. Lui incazzato soprattutto perché il suo mondo quello della Cavalleria e del suo Codice era finito ed era sopraggiunto quello mercantile e quello dell’usura. Lui che nella sua Commedia (divina solo per voi) ha messo chiavi che aprono porte di saperi esoterici e ha costruito il suo poema come una cattedrale ad immagine e somiglianza di una filosofia scolastica ammirata d’Alberto Magno e di Tommaso e della loro Arte della Memoria (rimasta in dotazione ai Domenicani fino a Giordano Bruno ed oltre).

La Commedia: un titanico edificio mnemotecnico.

Come glielo dite a Dante che la sua Commedia viene spiegata a scuola a “studenti” annoiati e distratti da “professori” annoiati e distratti che non sanno e, se sanno, non hanno il coraggio di farlo sapere ai loro tristi discepoli in attesa del suono liberatorio della campanellina: persi dentro il web: dentro il telefonino: sotto il banco.

Cosa potreste dire a Pasolini?

Che, come lui aveva detto e predetto, il fascismo culturale (il conformismo) non ha soltanto vinto, ma stravinto. E che, visto che lui diceva di non riuscire a parlare con i borghesi, ma solo con il popolo e gli intellettuali, oggi, sia il popolo che gli intellettuali, sono insieme tutti borghesissimi?

Meglio regalargli una maglietta con su stampata la faccia di Che Guevara e le orecchie di Topolino e portarlo in Parlamento dove l’opposizione è ufficialmente fatta da Berlusconi?

E se, invece, li prendessimo tutti insieme i nostri cari: Dante, Tasso, Foscolo, Dino Campana e Pasolini (e tutti quegli altri dimenticati dall’ingiustizia dei vincitori che nei secoli ne ha persino cancellato il nome) e li portassimo alla Fiera del Libro a parlare con Corrado Augias o con Eugenio Scalfari?

Molto divertente. Esilio. Lo Scrittore/Artista è un esule.

Augusto Scano

La cultura come carburante della mente

 

Un bilancio sulla situazione attuale per ripartire dalla Letteratura.

La cultura di un popolo è il punto di origine da cui emanano la politica e l’economia, conseguono la storia e (aggiungo) la spiritualità del medesimo.  Invertire i termini della questione è più che dannoso, diventa (come sta succedendo) distruttivo.

Se non ci mettiamo in testa la visione di un sistema educativo e di conoscenze altro rispetto a quanto si sono industriati di indurci a pensare non restano poi molte possibilità. Ed è inutile, oltre che depressivo, compiangerci per le disfunzioni e le corruzioni ed il degradare quotidiano ed inarrestabile della nostra stessa vita (non sopravvivenza).

I più colpevoli? Gli intellettuali. Ed uso il termine senza la vergogna per i tanti significati negativi che si sono attaccati a questa parola come la muffa sulla parete di una stanza poco areata e mai esposta al sole.

Adesso, però, non andiamocene troppo lontano. Non serve tornare con la mente ai Greci, ai Romani, ai Filosofi del Medioevo (arabi e cristiani, ma tutti europei) o agli Umanisti del Rinascimento, piuttosto che alle altezze (oggi così lontane e quasi incomprensibili) raggiunte dalla Letteratura tra il XIX ed il XX secolo (prima delle due guerre mondiali in cui l’Europa ha consumato il suo suicidio).

C’è stato un tempo vicinissimo, eppure, s’è detto, così distante, in cui hanno composto le loro opere  scrittori come Calvino, Sciascia, Pasolini e con le giuste differenze (queste le trovi chi vuole)  Arbasino, Parise, Morante.   Menziono solo alcuni tra coloro che, in quella generazione, sentivano ancora come impossibile (al di là delle professioni di fede esteriore e degli intenti estetici diversissimi) scindere il fare Letteratura dalla volontà di provare a disegnare un’idea di mondo migliore partendo dalla critica senza sconti a quello contemporaneo.

Questo prima che lo scrittore abdicasse al suo ruolo ed alla sua responsabilità e soccombesse al tritacarne del sedicente ed ipocrita libero mercato ed alla mediocrità (forma bizzarra di viltà condivisa) come valore non dichiarato (prima) e alla banalità arrogante dell’ignoranza che non tenta nemmeno di redimersi, ma si vanta di se stessa (poi).

Ma andiamo al modello educativo e all’energia (oggi oscura) di una dimensione altra per il pensiero.

Il nozionismo è stato (quasi) del tutto debellato. Questa sterile modalità di istruzione non ha trovato, però, la sperata alternativa in un più potente metodo. Anzi. La deficienza culturale della società contemporanea è divenuta (in una maniera sempre più imbarazzante) palese.  Non mancano studi sul fenomeno dell’analfabetismo di ritorno e su quello, più grave, dell’analfabetismo secondario.  Il sapere universale (almeno quello ufficiale) è finalmente (attraverso il web) disponibile ed accessibile per tutti.   Ma pochissimi sono quelli che si avvalgono di questa opportunità. E ancora meno quelli che, acquisite le conoscenze, sono in grado di processarle attraverso la ricerca delle somiglianze e delle analogie che le connettono, sebbene siano talvolta lontanissime le une dalle altre. Così, soltanto questi ultimi, scoprono che i saperi sono collegati tra loro, proprio come lo sono le galassie (sì, anche quelle neurali). Questo procedimento per “simpatia” pone in grado di trovare le cosiddette analogie strutturali e di poter, quindi, oggettivizzare la stessa struttura, ovvero la rete su cui poggiano le diverse cognizioni. Quanto l’attivazione ed il recupero di questi elaborati mentali sia funzionale all’estensione della potenzialità del cervello umano e all’uso di facoltà altrimenti atrofizzate, è ovvio.

Il nuovo sistema educativo potrebbe ripartire anche dalla Letteratura. Con che finalità? La riabilitazione del fondamentale strumento sostanziato nella memoria umana, il  potenziamento della funzione analogica della mente, la conquista di  insoliti (se confrontati con l’omologazione culturale odierna) elementi cognitivi, nonché l’aspetto ludico con cui combinare nel gioco magico-divinatorio quanto sopra evidenziato.

Come? Il sistema dovrebbe tenere preciso il conto dei limiti e delle specifiche attitudini del soggetto che ne deve beneficiare e non prescindere dal contesto nel quale il predetto soggetto dovrà mettere in atto l’abilità conseguita. Per ciò sono indispensabili:

1)    la corretta alchimia e la reinterpretazione e l’adattamento di discipline diverse quali: mnemotecnica, simbologia letteraria, filosofica e religiosa;

2)    la conoscenza dei meccanismi elementari che strutturano la pnl ed (arma questa tra le più potenti in dotazione alle forze nemiche dell’uomo libero) il neuromarketing.

Augusto Scano

Prime premesse….

Parlare di educazione, istruzione, formazione, del sistema scolastico, oggi è a mio avviso molto complesso in quanto spesso se ne sente parlare, ma talvolta senza cognizione di causa ed abusando dei termini come se si sfoggiasse uno stendardo. Credo, invece, che sia innanzitutto necessario soffermarsi sui termini usati e molto spesso abusati per cercare di rintracciare un percorso le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Educare viene dal latino educere, tirare fuori. Primo interrogativo: tirare fuori cosa? E poi da chi? A chi? Mi viene in mente la maieutica socratica e l’arte dell’ostetrica che tira fuori, fa nascere un essere già presente (quindi delle conoscenze ed abilità già in essere nel soggetto!)

Istruire, di segno totalmente opposto: imprimere un segno, ma anche qui qualche domanda è legittima: quale segno? Chi lo imprime? A chi? Istruire per fornire una weltanschauung, una visione del mondo?

Formare, cioè dare una forma; sì, ma quale? In base a quali criteri, ammesso che ce ne siano, io scelgo una forma?

Se non si fanno questi primari, elementari interrogativi, non si può parlare della scuola e del suo valore. Forse costa fatica soffermarsi, ma è doveroso se vogliamo capire e, se vogliamo capire, dobbiamo partire, dobbiamo stabilire innanzitutto una partenza se vogliamo giungere ad un traguardo, passando per un percorso che può essere lungo, corto, tortuoso, lineare, in salita, in discesa,….e l’elenco non si esaurisce sicuramente qui.

Ebbene, tutti siamo tentati dalla voglia di salire sul pulpito, puntare il dito e dare ricette. Ultima, in ordine cronologico, le indicazioni dell’attuale ministro Giannini che continua a ripetere il suo mantra: premio, merito, valutazione! Indicazioni sicuramente importanti, ma sterili se non si fa il punto della situazione.

Come si fa a premiare insegnanti demotivati da anni ed anni di sacrifici, di tagli, di umiliazioni alla loro professionalità, ai quali si richiede di fare salti mortali nelle classi pollaio (dove si è fortunati se il numero si ferma  a 25 alunni), in un ambiente che cade a pezzi (perché sappiamo bene la situazione dell’edilizia scolastica), dove mancano carta, penne, … .perfino carta igienica, dove tra DSA, BES, casi difficili, senza compresenze, senza fondi, si chiede loro di fare i “miracoli” perché altrimenti la scure dell’INVALSI si abbatte su di loro e vuole valutare la professionalità dei docenti dal rendimento scolastico degli alunni.

Come si fa a sviluppare nei nostri ragazzi il pensiero critico, il gusto estetico, …se rimaniamo ancorati ad una didattica di contenuti, dove i traguardi finali sono messi lì come paletti invalicabili da raggiungere necessariamente?

Tutto sembra si riduce  a mera oggettività e le domande più incalzanti sono: nella graduatoria generale, che interessa i paesi più industrializzati, dove ci posizioniamo con le prove TIMSS, PIRLS, …? E l’OCSE cosa dice di noi? Ovviamente è necessario che ci sia anche l’oggettività per una giusta valutazione, ma non solo quella e soprattutto non in modo così predominante! (Ammesso che riteniamo giusto giudicare; non è forse meglio sospendere il giudizio come ci insegna l’Epicureismo?)

Sembra non ci sia più spazio nelle nostre aule, per i nostri ragazzi,  per la creatività, per lo sviluppo del pensiero critico e divergente, per la collaborazione autentica. Ci sfugge forse che proprio l’insegnamento è basato su un rapporto tra due o più individui, all’interno del quale la relazione, l’aspetto emotivo, l’assenza (o presenza) del conflitto,… fanno la differenza. Sono quel quid in più che sfugge all’oggettività, ma di cui il rapporto alunno – insegnante è impregnato perché è relazione.

Non si vuole qui criticare per il piacere di criticare, ma l’intento molto umile, ma sicuramente convinto, è di “distruggere’architrave” esistente per costruire nuove basi. Ogni volta si tratterà di affrontare una tematica, una piccola pillola, che vuole essere un piccolo seme  (come il seme di canapa di cui parla il Vangelo) che magari trasportato dal vento giunge anche in posti così lontani da sembrare irraggiungibili, ma appena giunge inizia a fare la sua opera e non puoi più far finta che non ci sia.

È un grido che vuole agitare le coscienze, per smuoverle dal torpore e per presentare  una nuova prospettiva. Parola di un’insegnante che da 14 anni vive –  perché lo ha deciso e non è capitato –  nella scuola e per la scuola e che è anche una mamma che vuole consegnare ai suoi piccoli figli un mondo migliore, a partire da quello scolastico.

A cura di Daniela Reina

Insegnante di scuola primaria

Laureata in Scienze dell’Educazione

Mamma di due splendidi bambini

La Letteratura consolatoria: un altro psicofarmaco.

Credere che la Letteratura debba assolvere solo il compito di intrattenere è come illudersi che la religione abbia qualcosa a che fare con la spiritualità.

La bellezza? Quella che avrebbe dovuto salvare il mondo? Sì, proprio lei. Ma è irriconoscibile. L’hanno massacrata di psicofarmaci. Oggi, triste anche a dirsi, pare idiota.

Continuare a credere che il monopolio formato dai 4 gruppi editoriali italiani (con il 97% circa della tiratura) possa essere l’unico canale rappresentativo della Letteratura contemporanea è come pensare che il parlamento sia quanto di meglio possa esprimere politicamente il popolo italiano. Credere poi che dei soggetti (critici, editor e altri preposti alla valutazione degli inediti) addomesticati a riconoscere soltanto quanto il loro palato è stato abituato negli ultimi anni ad ospitare siano in grado di valutare un’opera letteraria da una sinossi di poche righe è pura fantascienza e quindi, forse, vera Letteratura.

Si rende indispensabile una riforma scolastica. Prescindendo dalla quale ben poche possibilità restano al futuro. Non un accomodamento che sposti poco danaro privilegiando una miseria al posto di un’altra. E’ irrinunciabile un ripensamento sostanziale del modello educativo e culturale italiano. Anche riscrivendo la storia della Letteratura e affrontando il profondo Perché dei suoi veri Autori (quelli dimenticati o falsati da certa critica ortodossa).

Questa scuola di mediocrità che è diventata la pseudo cultura italiana, monopolizzata e finalizzata solo a narcotizzare e a consolare, rende l’unico servigio del noto “medico pietoso” ed è una delle principali negatività che bloccano la crescita del popolo e ne cancrenizzano lo spirito.

Luoghi comuni in testa alle classifiche che siamo stanchi di sentirci ripetere. Variazioni su un unico tema che ipnotizza e rende catatonico anche il lettore più volenteroso. Le critiche agli autori in voga sono quelle di chi vorrebbe soltanto trovarsi al loro posto e non di chi vorrebbe dire qualcosa di veramente diverso. Sarebbe come se si denunciasse la corruzione di un sistema politico solo per sostituirsi a questo e poter rubare al posto di chi lo sta facendo oggi. La storia di ogni rivoluzione?

Al di là del livello formale, con minime variazioni nella dimensione dello spazio cognitivo proposto (di solito monolocali parzialmente da ristrutturare), e della padronanza tecnica del mezzo espressivo (cosa per altro sempre più rara) chi potrebbe indicare delle differenze sostanziali tra un autore contemporaneo ed un altro? Così dalla già compromessa divulgazione filosofica di Osho si declina fino a Fabio Volo.

Proviamo con il fantasy…C’è stato un tempo in cui…lo scrittore era anche un pensatore. E diceva cose scomode, talvolta persino offensive per il comune (confortevole) sentire. Oggi ci vengono proposti buffi animaletti, politicamente corretti, che si sforzano di apparire arguti ed originali. Alcuni appena un po’ più urlanti e trasgressivi (nell’apparenza e solo in questa). Altri ipocritamente naif e appena un po’ circensi. Guardiamoli quando hanno la ventura di comparire in un salotto televisivo nella speranza di attirare gli avanzi della stanchissima attenzione del pubblico. Insensibile ormai persino all’elettroshock dello scempio etico e spirituale quotidiano.

Il ruolo culturale lasciato vacante dallo scrittore è stato occupato dai giornalisti. Questi sono gli unici attori della scena culturale italiana. Personaggi che hanno smesso di cercare il loro Autore tanto tempo fa. Dubitano (i più sinceri tra loro passeggiando mentre chiacchierano rumorosi sotto la volta dell’edificio abbandonato) che quel Pantheon sia stato un tempo davvero abitato.

Augusto Scano