Attività di gruppo e Leadership collaborativa – Parte prima

L’evoluzione della Coscienza

“Il concetto di leadership collaborativa diventa una necessità comune, nel momento in cui il vecchio concetto di leadership, i vecchi metodi che hanno prodotto la costruzione della civiltà attuale e l’attuale sviluppo evolutivo dell’umanità, arrivati a questo punto sono ormai obsoleti ed esauriti. Adesso questo vecchio concetto precipita, per così dire, i suoi stessi difetti, e si rivela quindi totalmente inadeguato a provvedere a una soluzione per l’umanità. Ed è per questo che oggi nel mondo si riscontra un problema di leadership di una portata tale che soltanto il concetto di leadership collaborativa può risolverlo.”

Qualche anno fa mi imbattei nel libro “Leadership Training” di Lucille Cedercrans e passi come quello sopra riportato fecero affiorare in me profonde intuizioni. A quel tempo partecipavo intensamente alle attività di una importante associazione psico-spirituale dedita, attraverso un avanzato metodo di lavoro di gruppo, all’organizzazione  di scuole di risveglio, di meditazione e crescita della coscienza basate fondamentalmente sull’insegnamento di Alice Bailey. Il fondatore era da poco passato sui piani sottili e il problema della successione nella leadership era estremamente vivo e sentito. Una fase delicata e critica attraverso cui altre comunità psico-spirituali nel mondo  erano passate non senza crisi e difficoltà. Era chiaro a tutti che il modello di leadership che era stato incarnato fino ad allora non era più proponibile, per diversi motivi: nessuno degli allievi aveva raggiunto la caratura spirituale del fondatore, le sfide che si presentavano erano troppo ampie e differenti per poter essere gestite da una persona sola, nuove energie stavano emergendo e chiedevano nuovi approcci a tutto l’argomento e soprattutto la finalità ultima di tutto il lavoro di crescita della coscienza svolto in gruppo aveva proprio il concetto di gruppo come centro fondamentale. Sentivamo che la leadership  doveva essere incarnata secondo le nuove direzioni che la vita stessa ci stava indicando, sapevamo che doveva essere in qualche modo collegata all’idea di gruppo e all’attività di gruppo, in quanto elementi  fondamentali nella nuova era in cui ormai eravamo entrati. Coscienza di gruppo, attività di gruppo, leadership di gruppo. Percepivamo molti punti fondamentali di questa nuova idea che sentivamo aleggiare sopra di noi, avevamo fatto molta esperienza negli anni, sperimentato molte soluzioni, eppure mancava il quadro complessivo,  una formulazione teorica che facesse quadrare il cerchio. Personalmente l’incontro con quel libro aprì le porte a molte comprensioni e prospettive nuove. Cercherò di esporre brevemente in questo articolo alcune riflessioni e considerazioni in proposito.

C’è un fenomeno incontrovertibile e osservabile ovunque ed è l’incredibile accelerazione che il processo di crescita della coscienza sta mostrando in tutto il mondo. La Vita ha premuto sul pedale dell’acceleratore e ovunque le persone cominciano ad interrogarsi. L’anima si risveglia in loro, e chiede attenzione. Le persone si fermano a guardare la propria vita, i propri valori, le proprie abitudini, il proprio mondo interiore e il mondo che li circonda e si domandano: perché? Cosa sto facendo? Per chi lo sto facendo? Da semplici domande come queste spesso comincia un percorso di autorealizzazione, che a seconda della filosofia che è affine alla vibrazione individuale possiamo chiamare percorso di risveglio, di identificazione col Sé, di crescita della coscienza, di liberazione, di espansione nell’Uno, di unione col Divino, ecc. ecc.

Queste persone si mettono alla ricerca di risposte, le cercano dentro di sé e fuori di sé e la prima cosa che scoprono è sorprendente e ovvia allo stesso tempo: non sono sole. Molte altre persone sono pervase dalle stesse domande e dallo stesso senso di urgenza. Altra cosa che scoprono è che il loro sentire, il loro percepire che c’è qualcosa di più e oltre, ha un nome, ed è già stato formulato in modo comprensibile da qualcuno, magari in un tempo remoto, magari  in tempi recenti, contiene valori che il cuore riconosce e risposte che la mente comprende e accoglie con una naturalezza disarmante, quasi fosse il riaffiorare di un ricordo antico. Indipendentemente dalla tradizione cui uno si avvicina, ciò avviene per ogni individuo e ogni tradizione.  Così si entra in contatto con un mondo nuovo, un mondo di grandi ideali e grandi visioni, cui si risuona. E immediatamente dopo ci si rende conto che da soli si è impotenti. Che nulla comunque accadrà da solo, automaticamente. Che grandi visioni abbisognano di grandi energie per venire in manifestazione. Che grandi energie richiedono l’unione di molte persone, in modo proporzionale. Si scopre la legge dell’Attività di Gruppo. Si comincia a percepire un nuovo mondo di pensiero, il mondo della Coscienza di Gruppo, dell’ individualità pienamente espressa e messa al servizio di un proposito comune, di un bene che va al di là di se stessi e dei propri cari ma che abbraccia una fetta più grande dell’umanità. Quest’epoca di risveglio della coscienza è l’epoca del Gruppo, un’entità Gruppo risvegliata a se stessa, composta da elementi individuali risvegliati, che nell’entità Gruppo trovano nuove dimensioni di consapevolezza, di interazione e di unione. Nell’era dei gruppi le Visioni, i Propositi che si possono manifestare sono molto più sentiti, compresi e condivisi.  Formazioni di gruppo che hanno agito in coscienza di gruppo ci sono sempre state ma erano piccole. Le masse si sono sempre mosse sospinte dai bisogni, in modo inconscio e automatico. Ora una sempre più grande percentuale di persone è pronta ad attivarsi in modo consapevole per il raggiungimento di un determinato scopo. Esistono molte visioni e molte differenze ma si è pronti a mettere l’accento, al contrario del passato, su ciò che unifica e non su ciò che divide. Ciò precipita la necessità di mettere in contatto tutti questi punti di luce in modo da formare una rete di individui, gruppi, centri che collaborano in modo coordinato e costruttivo. Esiste una stretta connessione tra crescita della coscienza, contatto con l’anima, coscienza di gruppo e attività di gruppo. La natura dell’Anima è coscienza di gruppo, sul piano dell’anima non esiste separazione. Non esisterebbe Umanità senza il Principio di Unanimità.  La natura dell’Anima è fratellanza. La Fratellanza si esprime come attività di gruppo e buona volontà.

Oggi, lentamente e progressivamente, i nuovi gruppi nascono e sono governati dalle leggi dell’anima. Faranno perciò squillare una nota diversa e saranno saldamente uniti da aspirazione e obiettivo comuni. Saranno composti d’anime libere, individuali e progredite, che non riconosceranno altra autorità se non quella della propria anima, e subordineranno i loro interessi all’intento dell’anima del complesso. Come nelle epoche trascorse il conseguimento del singolo servì ad elevare l’umanità, così un analogo conseguimento ottenuto in gruppo la innalzerà ancora più rapidamente.” Alice A. Bailey , T7R

Sebbene questi gruppi nascano e siano governati dalle leggi dell’anima il loro pieno funzionamento e la loro piena espressione è un punto di arrivo e non di partenza, è il risultato di un processo di crescita individuale e di gruppo. L’interazione di gruppo basata su un percorso di crescita della coscienza in formazione di gruppo porta indubbiamente alla velocizzazione del processo di crescita stesso ma anche alla precipitazione di problematiche che se non adeguatamente gestite possono portare alla dissoluzione del gruppo stesso. Infatti alle difficoltà naturali insite nel lavoro di gruppo (retti rapporti, conflitti tra competenze individuali e creatività individuali, inerzia di gruppo, idealismi di gruppo, ecc. ecc.), si sommano i processi di crescita della coscienza cui ogni membro è sottoposto. Questi  processi possono temporaneamente stimolare tratti del carattere non costruttivi, personalismi, crisi interiori, ecc., in un caleidoscopio di energie che rendono molto complesso e delicato il procedere del gruppo e quindi la manifestazione del suo proposito unificante.

Chiunque abbia lavorato a lungo in gruppo (in qualunque tipo di gruppo) ha sperimentato quanto l’ambiente del gruppo sia di per sé stimolante, anche solo per il semplice fatto di confrontarsi e relazionarsi con qualcuno di diverso da sé. Si può essere molto inconsapevoli dei propri meccanismi automatici di risposta alle sollecitazioni esterne, si può essere completamente identificati nei propri bisogni,  nei propri ideali, nelle proprie convinzioni ma per quanto si possa essere “chiusi” o a anche “accartocciati” su se stessi l’esperienza di gruppo ha comunque delle ripercussioni sulla psiche e provoca dei cambiamenti interiori. Gli effetti possono essere più o meno grandi e visibili ma sono inevitabili (a seconda del livello di coscienza dei membri, della consapevolezza già sviluppata, del proposito del gruppo stesso, ecc.)

Maggiori sono la consapevolezza individuale dei propri meccanismi e dei meccanismi di gruppo, la “presenza” e l’attenzione a ciò che si muove in se stessi e tra i membri del gruppo, la conoscenza e l’esperienza della psicologia dell’uomo e delle dinamiche di gruppo, la profondità del proposito del gruppo, maggiori saranno le opportunità di crescita e di trasformazione dei singoli membri e del gruppo intero. Più facile sarà identificare i trabocchetti della psiche, individuale e di gruppo, e disinnescarli prima che precipitino eventi dannosi all’armonia del gruppo, più facile sarà evitare dispersioni di energia e più facile e veloce infine sarà manifestare il proposito del gruppo.

In base a questa capacità di “presenza”, di coscienza di sé, di capacità di autoanalisi e di agire sulla propria trasformazione, sulla espansione della propria coscienza e sulla capacità di includere, possiamo per semplicità differenziare i gruppi in quattro tipi differenti, anche se i confini non sono mai netti:

  • Gruppi di lavoro aziendali.

Nei team di lavoro aziendale l’aspetto coscienza è del tutto marginale. Gli obiettivi di gruppo sono legati alla produttività, alla qualità del prodotto, all’efficienza. In gioco ci sono le capacità e le competenze di ciascuno e la ricerca dell’armonia interna dell’individuo e del gruppo quando è presente è funzionale al raggiungimento degli obiettivi aziendali. La persona non è al centro. Il lavoro molto spesso è vissuto come una necessità per la sopravvivenza e non come una opportunità creativa; lo scambio energetico lavoro-stipendio spesso crea dinamiche di scissura interne alle persone e tra le persone. Anche se ultimamente si comincia a dare più attenzione all’aspetto coscienza non vi è nessuna strategia di ricerca della crescita interiore né attenzione a quegli aspetti emotivi, idealistici, etici e morali che possono portare conflitti all’interno dell’individuo e dei gruppi.

  • Gruppi sportivi, sociali, culturali, di volontariato.

In questi gruppi l’elemento unificante non è la necessità di una entrata economica per la sussistenza fisica ma la ricerca di un nutrimento più sottile, emotivo, intellettuale o di Valori appartenenti alla parte più profonda ed elevata della coscienza dell’individuo. Non essendoci il rapporto della dipendenza economica le dinamiche che si instaurano in questi gruppi sono differenti. La condivisione di un elemento profondo della coscienza porta a possibilità di incontro e scambio maggiori, di intese e confronti che nutrono e permettono una espansione. Ma nella maggior parte dei casi la crescita è indiretta non essendoci una consapevolezza dei meccanismi psicologici, se non superficialmente. A volte si è consapevoli delle opportunità di crescita ma non ci sono precise strategie in merito legate alla crescita cosciente della consapevolezza. Nei gruppi che si occupano del bene comune spesso c’è un profondo sentire del cuore, una risposta sincera alla sofferenza dell’umanità ma negli individui manca una integrazione della personalità, gli individui agiscono secondo “personalità molteplici”, in base a quale elemento della propria personalità si attiva nelle varie situazioni.

  • Gruppi di crescita della coscienza, gruppi di risveglio.

Il proposito di questi gruppi è la crescita dell’individuo inteso come coscienza, la trasformazione dell’io, il risveglio ad una nuova consapevolezza. Il lavoro psicologico è strutturato in modo teorico e pratico, lo studio dei meccanismi e delle potenzialità dell’individuo può avvenire secondo le più diverse tradizioni, occidentali e orientali, religiose o filosofiche. Il minimo comun denominatore è la scelta consapevole di aver intrapreso un percorso di trasformazione interiore in risposta ad una chiamata della propria anima, una chiamata che non poteva essere ignorata. Lungo tutto il lavoro che viene svolto l’individuo si mette in gioco e ricerca dentro di sé le cause dei propri malesseri. Impara l’autoanalisi, l’autosservazione, l’attenzione. In ogni situazione c’è la precisa consapevolezza di dover e poter agire sul proprio equipaggiamento, in primis il corpo emotivo e mentale. Col tempo questo atteggiamento si consolida e diventa un modo naturale di agire. Nel procedere nel lavoro di integrazione della personalità cominciano a manifestarsi i primi segni di intuizione, di contatto con le sfere superiori dell’Essere Umano. Si crea così il canale di comunicazione tra mente e cuore, si sviluppa il lato carente di questi sentieri complementari.

  • Gruppi di Servizio.

Dopo che il lavoro su di sé ha portato buoni risultati di integrazione della personalità e un qualche contatto con l’anima e l’afflusso di energie superiori si manifesta come dedizione consapevole al bene comune si entra a far parte di un gruppo di servizio. Questi gruppi sono caratterizzati dal fatto che non hanno al centro il lavoro di crescita della coscienza, che continua e viene portato avanti da ciascun individuo sotto la propria responsabilità. In questi gruppi la coscienza viene messa a disposizione di un proposito comune che tende ad un bene più grande, a soddisfare una delle tante necessità umane, in proporzione all’estensione del gruppo, alle sue forze, alla sua percezione Superiore, nel campo di affinità dell’individuo e del gruppo scelto. Ciò che caratterizza questi gruppi è la capacità di visione sul lungo periodo, la capacità di pianificare interventi che vadano ad agire sulle vere cause delle situazioni, le loro azioni non sono volte al tamponamento degli effetti nel presente ma alla rimozione delle cause nel futuro. C’è una grande capacità di funzionare nel mondo del pensiero unita ad una capacità di manifestare azioni concrete con una armoniosa espressione di cuore e mente, intuizione ed azione. Le attività di servizio possono essere le più varie, attività di divulgazione degli insegnamenti seguiti, l’organizzazione di eventi culturali volti ad affermare il Bene, il Bello e il Vero, di sensibilizzazione a qualche tema sociale, attività legate alla guarigione, alla politica, all’educazione, ecc. In ogni caso le energie non sono disperse ma focalizzate sull’obiettivo. Non c’è dispersione e separazione tra i vari livelli della coscienza né saturazioni parziali, ma totale dedizione ed unificazione delle energie sul Proposito comune. La coscienza è tutta coinvolta con i suoi strumenti nel proposito di servizio che coincide con il Valore più elevato percepito dal cuore e compreso dalla mente di ciascun membro.

Questa classificazione vuole essere solo indicativa, i gruppi possono sfumare gli uni negli altri, ma per chiarezza una classificazione era necessaria, seppur con tutti i limiti inevitabili, in quanto le dinamiche possono essere profondamente differenti, o meglio gli strumenti per affrontare le dinamiche possono essere o meno utilizzabili a seconda di quanta consapevolezza sia presente nel gruppo. Per questo nel continuare questo lavoro ci riferiremo sempre a gruppi ideali del 3° e  4° tipo, perché la Leadership Collaborativa, sebbene possa nascere ed essere presente in ogni gruppo, è la meta da raggiungere e la finalità di tutto il lavoro della crescita della coscienza consapevole in questa epoca.

“Una delle osservazioni più sottili che ogni allievo possa fare – agli inizi del suo cammino verso la Saggezza – è rappresentato proprio dalla scoperta di dove egli si trova. Il rendersi conto del fatto che non ha un controllo positivo del movimento direzionato della propria energia, forza e sostanza, questa è un’eccellente comprensione e rappresenta l’inizio di una vera leadership. La leadership inizia infatti da se stessi.”Leadership Training.

Il lavoro su di sé è fondamentale per l’emersione del leader perché il leader, per l’accezione che useremo nel proseguo di questo lavoro, non è “qualcuno che sa fare bene qualcosa, ma qualcuno che è ed esprime se stesso qualunque cosa faccia”. Faremo qualche accenno al controllo positivo delle proprie energie (controllo che racchiude in sé tutto il percorso della crescita della coscienza e tutto il lavoro alchemico di trasmutazione) nella seconda parte dell’articolo. Il percorso della leadership è un percorso di Presa del Centro, di conquista di quel centro interiore che è l’origine della vera forza del leader, indipendentemente da ciò cha accade all’esterno, che è in grado di mutare ciò che esiste all’esterno. La crescita della leadership è un processo che si svolge lentamente in quanto la trasmutazione alchemica dell’equipaggiamento richiede tempo e sforzo.

“Coloro che rivestono oggi nel mondo un ruolo di leadership sono già passati per quello che voi ora state affrontando, nel loro rapporto con la loro particolare attività di servizio, con i problemi dell’umanità alla loro epoca, ecc. Non si raggiunge infatti una posizione di influenza nel mondo senza essersi prima sottoposti ad un addestramento ad essa. Potete quindi ridimensionare l’ego, quando questo sembra allargarsi troppo, e rafforzare nel contempo l’identificazione spirituale con questa comprensione.” Leadership Training

Tutto il percorso della vita i ogni individuo dall’inizio del risveglio in avanti è in essenza un addestramento alla leadership: innanzitutto per diventare leader delle proprie parti e in seguito  per imparare a confrontarsi e collaborare con chi incarna compiti e  vibrazioni differenti del Divino Incarnato. E per questo non vi è miglior terreno di apprendimento del gruppo e miglior strumento del lavoro di gruppo. Essere consapevole del funzionamento di ogni parte del proprio equipaggiamento (fisico, emotivo e mentale), disciplinarlo e saperlo direzionare interamente e secondo la propria volontà in una direzione univoca è il primo passo per raggiungere quella coerenza energetica interna che permette alle idee di trasformarsi in fatti concreti.

“È del tutto impossibile che possiate ottenere alcun successo in tutti i vostri sforzi, conformi al vostro allineamento con l’intento superiore e con i concetti che esso insegna, se nello stesso tempo questo successo cercate di ottenerlo attraverso i vecchi metodi e le vecchie tecniche. E’ qualcosa che dovete prendere in considerazione, se volete dimostrare – o anche confutare – la realtà o i valori dei concetti fondamentali di questo insegnamento, e le tecniche che esso vi presenta. In primo luogo c’è da dire che, finché vi limitate ad accettare il concetto a livello conscio sul piano mentale ed emotivo, e poi invece ne applicate un altro del tutto diverso nei vostri sforzi oggettivi, non potete certo aspettarvi risultati né in un senso né nell’altro, perché le vostre energie vengono messe in un conflitto che annulla l’effetto esterno che desiderate ottenere nel tempo e nello spazio.” Leadership Training

Nella seconda parte dell’articolo affronteremo la costituzione energetica di un gruppo e le indicazioni per una corretta circolazione di energia al suo interno, circolazione che determinerà se il proposito del gruppo troverà un canale di manifestazione oppure non lo troverà. Chiaramente tale corretta circolazione di energia deve essere instaurata innanzitutto all’interno di ogni singolo membro.

 

Psicosomatica, la salute come conquista di noi stessi

“L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.”
(Aldous Leonard Huxley)
 

 Come scritto nel precedente articolo “Come sopra così sotto…”, la Psicosomatica viene intesa in modi diversi a seconda dell’ambito. Molti sono gli autori antichi e moderni che hanno indagato le possibili relazioni tra corpo, mente e spirito, e la scienza compie ogni giorno nuove scoperte a supporto delle loro intuizioni. Qui si vuole proporre un approccio semplice e di buon senso, che aiuti ciascuno a trovare le risposte e le possibili soluzioni ai propri malesseri. Ma queste risposte possono insegnarci anche molte altre cose su noi stessi e sul senso della nostra vita.

Con la malattia e i suoi sintomi, e persino con i traumi che sono solo apparentemente casuali, possiamo dire che la nostra “anima” ci sta mandando un messaggio fisico per segnalarci un disagio non fisico che è nascosto in noi. Si tratta allora di trovare la giusta chiave di lettura per quel segnale. Come quando una spia si accende sul cruscotto dell’auto, non dobbiamo eliminare la spia bensì conoscerne il significato per potere rimediare.

Questo approccio non ha la pretesa di sostituire il parere del medico che deve poter fare la sua diagnosi e indicare le possibili cure. Ma certamente costituisce un importante sostegno alla cura stessa, a prescindere che questa venga intrapresa secondo i dettami della medicina convenzionale (farmacologica e chirurgica) oppure della medicina naturale. E a volte, soprattutto quando il sintomo è recente, la comprensione della sua origine profonda può farlo rapidamente attenuare o persino sparire.

Il nostro punto di riferimento è sempre la Fisica Quantistica che ha confermato che, grazie all’Effetto Osservatore, il pensiero crea – e quindi può modificare – la materia. Lo fa a livello subatomico ma anche molto più banalmente, per quanto riguarda il nostro corpo, a livello fisiologico. E’ già ampiamente accettato che ogni nostro pensiero provoca nel cervello l’accensione di determinate aree neuronali, le quali innescano una reazione elettrochimica che induce il rilascio di sostanze, le quali a loro volta distribuendosi nel corpo provocheranno delle reazioni locali. Quello che sta emergendo recentemente è che nel corpo vi è anche una trasmissione di informazioni molto più sottile e veloce, anzi istantanea, difficilmente misurabile e che provoca modificazioni ancora più profonde come quelle a livello genetico.

Questa notizia è cattiva e buona al contempo. Infatti, la grandissima maggioranza dei nostri pensieri è inconscia e avviene automaticamente in base alle nostre credenze. Ma almeno ora sappiamo che, così come siamo responsabili delle nostre malattie, abbiamo anche il potere di guarirle a condizione di adoperarci per cambiare tali pensieri e credenze.

Le nostre credenze hanno diverse origini. Innanzitutto genetica, poiché nel nostro DNA sono inscritte anche le credenze e gli atteggiamenti dei nostri avi. Così come ereditiamo il colore degli occhi e dei capelli, ereditiamo infatti anche parte del vissuto delle loro esperienze che si è letteralmente impresso nel loro corredo genetico. Poi c’è la nostra esperienza perinatale: dal concepimento ai primi mesi di vita, c’è comunque una parte di noi che “sente” e “valuta” ciò che accade, anche se inizialmente sembriamo poco più di un ammasso di cellule. Un lutto in famiglia, un trasloco, una lite o una semplice indisposizione della madre fanno comunque parte dell’universo del feto. Per non parlare della nascita stessa che, per quanto oggi si faccia di tutto per renderla piacevole e sicura, costituisce di per sé un trauma. Dopodiché ci troviamo allo scoperto, in balia degli adulti e degli eventi, e ancor più valutiamo il modo in cui veniamo accolti in questo mondo. Questo avviene indipendentemente dalle intenzioni dei genitori: anche la mamma migliore del mondo può trovarsi a non poter dare la sua attenzione al figlio proprio nell’attimo in cui egli ha bisogno di una rassicurazione… E’ impossibile impedire che il neonato faccia le sue esperienze e abbia le sue percezioni a riguardo. E non avrebbe alcun senso, essendo egli nato proprio per questo. Infine cresciamo e siamo direttamente esposti ai condizionamenti familiari, sociali e ambientali che costituiscono la cultura umana, e perciò limitata, del nostro tempo e del nostro luogo. E ad essa è molto difficile sfuggire.

Ecco che, come risultato di tutta questa vera e propria programmazione, in noi albergano numerosi pensieri limitati e limitanti per lo più inconsci, che condizioneranno la nostra vita e la nostra salute finché non verranno fatti emergere dal fondo torbido dello stagno mentale in cui dimorano. Il nostro corpo sarà geneticamente predisposto a certe debolezze e malattie, che noi alimenteremo permettendo a tali pensieri di dominarci nell’ombra. E anche se è vero che esistono fattori scatenanti esterni quali virus, batteri, tossine e condizioni ambientali, la nostra resistenza ed essi dipende da questi pensieri.

Che fare, allora? Per fortuna oggi fioriscono tanti metodi per riprogrammarsi e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Qualunque strada noi decidiamo di intraprendere per aumentare la nostra consapevolezza è la benvenuta, e percorreremo di volta in volta quella che ci è più congeniale in un determinato momento. L’importante è innanzitutto decidere di riprendere in mano le redini della nostra vita, dopodiché dobbiamo alzarci e camminare!

Nella mia professione di naturopata tendo ad integrare diversi sistemi contemporaneamente. Mi avvalgo innanzitutto della Medicina Tradizionale Cinese, la quale da millenni ha brillantemente sia descritto il rapporto tra le nostre due polarità Yin e Yang, sia correlato organi ed emozioni in un sistema suddiviso in 5 “logge” interdipendenti. Unendo anche stagioni, elementi, colori, movimenti, alimenti e altri fattori, questa antica medicina olistica permette di comprendere molto bene i meccanismi in corso nel nostro corpo quando esso è in salute, così come quando si è instaurato uno squilibrio e si è manifestato il sintomo. Fondamentale è il dialogo con la persona, che deve descrivere i suoi sintomi ma anche il contesto esistenziale in cui essi sono apparsi.

In pratica, rifacendoci alle tradizioni del passato ma anche agli autori moderni, possiamo capire qual è il problema interiore che sta dietro al nostro sintomo osservando quale funzione dell’organo o della parte del corpo viene toccata, amplificata, ridotta o impedita. Il corpo umano è stato “mappato” in molti modi, per cui talvolta alle sue parti sono stati attribuiti significati diversi. Non c’è nulla di sbagliato in questo, perché non siamo macchine e stiamo parlando di un ambito legato all’individualità e all’intuizione, più che alla logica. Suggerisco quindi di leggere diverse fonti e di trovare quella che ci risulta più congeniale, sapendo che ci fornisce solo delle indicazioni di massima.

L’aiuto di un professionista preparato è importante perché egli svolge il ruolo dello specchio e dell’avvocato del diavolo, portandoci a vedere ciò che magari è sotto i nostri occhi ma che non abbiamo la distanza sufficiente per vedere, oppure accompagnandoci a compiere in sicurezza una piccola esplorazione interiore.

Qui propongo un metodo semplice e di facile applicazione per chiunque voglia comunque provare ad aiutare se stesso, basato soprattutto sul porsi le domande giuste e che può diventare l’inizio di un nuovo viaggio. Le domande di base sono queste:

  1. “Descrivi il sintomo in ogni suo aspetto, con parole prese tra i gesti e gli oggetti d’uso comune”. Ad esempio, il dolore di testa è martellante, come un cerchio che stringe, come una lancia infilata, come una corona di spine, come dei chiodi… Dobbiamo descrivere anche quando esso appare e quanto dura. Questa è una domanda importantissima, perché più ci sforzeremo di osservare e descrivere il sintomo in ogni sua componente, più emergeranno delle connotazioni che abbiamo inconsciamente attribuito alla situazione. Se ad esempio accomuniamo un dolore ad una pugnalata ed esso si colloca nella schiena, è facile intuire che abbiamo la sensazione di avere subito un tradimento.
  2. “Che cosa non riesci più a fare da quando è insorto il sintomo?” Anche questa è importantissima, perché serve ad evidenziare quale vantaggio – ce ne è sempre uno, anche se non sembra – il sintomo procura e quindi qual è il suo vero scopo. Quasi sempre il sintomo ferma o rallenta la nostra normale attività. In base alla parte del corpo coinvolta e all’impedimento che ne deriva, possiamo capire un altro importante significato simbolico della situazione. Ad esempio, se è coinvolta la mano destra e non siamo mancini, esso ha a che vedere con il “fare” qualcosa che in quel momento non vogliamo o abbiamo paura di fare; o anche di non potere fare, poiché questi significati possono essere dati sia per analogia che per contrasto. Anche il lato del corpo (destra o sinistra) coinvolto ha un senso. A seconda degli autori, esso indica infatti l’area dell’esistenza interessata (es. affetti e famiglia vs lavoro e rapporti sociali, femminile vs maschile, ecc).
  3. Infine l’altra domanda fondamentale è: “In che momento della tua vita è successo; cosa stava succedendo nella tua vita in quel momento?”. Proprio perché il motivo non ci è subito noto, dobbiamo andare a cercarlo nel contesto esistenziale del momento. Un cambio di lavoro, l’inizio della scuola, un matrimonio, un lutto, una nascita, eccetera, costituiscono momenti più importanti di quanto già pensiamo, e poiché tendiamo ad affrontarli controllando e reprimendo le nostre emozioni, queste cercano di emergere facendosi strada nel corpo fisico.

Nella pratica professionale, attraverso il dialogo è possibile approfondire l’indagine adattando le domande alle risposte che emergono via via. Ma in ogni caso queste tre domande forniscono quasi tutte le informazioni che servono, a condizione che rispondiamo con attenzione e sincerità innanzitutto verso noi stessi. Dopodiché sta all’esercizio e all’abilità che sviluppiamo il mettere insieme un quadro che abbia un senso. Non deve essere un senso meccanico e razionale; non è del tipo “il libro dice che il piede vuol dire questo, allora è questo”! Per capire se il senso trovato è quello giusto, ci sono infatti due modi: innanzitutto rimanere sorpresi da ciò che abbiamo scoperto. Come la bolla di gas che improvvisamente risale dal fondo dello stagno scoppiando in superficie, la consapevolezza deve risultarci inaspettata. Poi viene la possibile attenuazione o scomparsa del problema, soprattutto quando questo non è molto grave, che si accompagna ad un senso di liberazione e spesso anche ad un rilascio emozionale: il respiro si sblocca, il torace si allarga, sgorgano delle lacrime… Se però il sintomo è più grave o consolidato dovremo applicarci di più, con costanza e pazienza, contemplando quanto è emerso con benevolenza e gratitudine. Col tempo riusciremo a capire e a modificare il nostro atteggiamento verso una determinata esperienza di vita, una situazione o una persona.

Ciò che più conta in tutto questo non è la guarigione del sintomo, bensì la scoperta dei meccanismi che abbiamo rimosso e nascosto lontano dalla nostra coscienza. Spesso scopriamo di covare dei sentimenti che non pensavamo di nutrire. Poiché la nostra cultura li giudica “negativi”, ci siamo conformati al pensare comune negandoli e reprimendoli. Ma siamo umani e questo è semplicemente impossibile. Il “più” e il “meno” sono entrambi parte di noi, come il giorno e la notte sono parte del ciclo quotidiano.

Così, un sintomo dopo l’altro, di scoperta in scoperta, finiamo col conoscerci sempre meglio, il che ci permette di cambiare consapevolmente i nostri atteggiamenti, di non compiere più gli stessi errori, di perdonare noi stessi e gli altri, di capire che siamo noi a creare la nostra realtà e infine di vivere meglio perché la nostra vita sarà sempre più libera e sana.

Nei prossimi articoli farò degli esempi concreti. Se volete sottopormi qualche caso personale siete i benvenuti. L’importante è fornire la vostra età, il sesso, le risposte dettagliate alle tre domande fondamentali e qualunque altro dato riterrete utile (sul vostro lavoro, la vostra famiglia, ecc). Scrivetemi al seguente indirizzo: alessandragiacalone@alice.it autorizzandomi a pubblicare la vostra storia senza rivelare la vostra identità.

Intanto, Buona Vita a tutti!

Alessandra Giacalone

Bilancia, l’Aria della valutazione

Il 23 settembre alle 04,30 -ora legale italiana- il Sole entrerà nel segno della Bilancia (Equinozio d’Autunno).

Il suo Elemento è l’Aria, legato all’uso creativo della mente, alla ricerca, alla vivacità e alla elaborazione.

Il suo simbolo, la bilancia, strumento preciso del pesare, parla da solo, evocando la capacità di riflettere, di soppesare, di valutare prima le proprie idee e intenzioni, poi persone, situazioni e ambienti per scegliere infine per affinità.

E’ altrettanto simbolo di Giustizia nei tribunali, ritratta come donna velata con in una mano una bilancia e nell’altra una spada (immagine che troviamo anche nei Tarocchi): bendata perché indipendente e autonoma da influssi e preferenze, con la spada perché usa in modo acuto, ‘affilato’ ed equanime la mente per essere strumento di giustizia, appunto, e la bilancia per valutare attentamente e senza precipitazione, in modo obiettivo.

Sguardo impersonale ma lucido e preciso: quello che invita al distacco quando siamo esasperati con noi stessi o con l’esterno; atteggiamento di rispetto per noi e per gli altri; apertura ed accoglienza, fermezza e gentilezza fuse assieme: perché tutto porti a quella qualità veramente ‘aerea’ della Bilancia che è la Serenità. Testimoniata anche dai colori tenui e dalle tante sfumature dell’autunno che con questo Segno prende l’avvio, riportando ad una dimensione più interiorizzata e riflessiva che culminerà nel ‘ritiro’ dell’inverno. Le foglie che cadono, il Sole al tramonto: osserviamoli con attenzione vivendone l’invito ad una pacata percezione interiore per ‘misurare’ l’andamento della nostra vita: valutare senza giudicare aspramente o asetticamente: la Bilancia è anche il Segno dei retti rapporti, intrapsichici e inter-individuali.

 

Luigi Benedetto Mattei

Vergine, la Terra dell’abbondanza

Il 23 agosto alle 6,46 della mattina il Sole entrerà nel Segno della Vergine.

Il suo Elemento è la Terra, legato alla ricerca del valore, della stabilità, dell’evidenza.

La Vergine il cui simbolo è una spiga di grano maturo, ci parla di abbondanza, di rendimento, di corretto uso delle nostre risorse, materiali, intellettuali, spirituali, di esperienza maturata nella vita e messa a frutto.

E’ il nutrimento, ‘il pane quotidiano’ ottenuto grazie allo sforzo, alla pazienza, all’intelligenza umana messa al servizio dell’organizzazione e ottimizzazione di ciò che abbiamo a disposizione.

Intelligenza applicata e operosa, volta a portare armonia e ordine, senso di gratificazione per qualsiasi cosa, piccola o grande, immediata o progettuale, che preveda un esito felice.

Prendersi cura ‘a 360 gradi’, questo il compito del ‘Principio Vergine’: non a caso nella tradizione astrologica è il Segno legato alla salute; aggiungerei non solo fisica, ma anche psichica e spirituale. Salute ad ampio spettro, come cura di sé, come valorizzazione del senso e della direzione del ritmo che possiamo imprimere alla nostra vita quotidiana.

La creatività ‘esuberante e focosa’ del mese scorso, legata al Leone, si fa ora concentrata ed asciutta perché messa alla prova/sfidata dalla messa in opera nella vita di tutti i giorni: ma è pur fonte generosa di risorse e di idee che possiamo ora applicare.

Per quanto a  volte possa apparirci meccanica, ripetitiva e stressante la realtà quotidiana, fatta di obblighi e responsabilità, la  maggior cura, l’attenzione, la valorizzazione dei nostri atti produrranno abbondanza e ben-essere. Il respiro libero, la mano abile: si sorride dei frutti raccolti.

 

Luigi Benedetto  Mattei

Leone, il Fuoco della creatività

Martedì 22 luglio alle 23,42 (per l’Italia), il Sole è entrato nel Segno del Leone.

Il suo Elemento è il Fuoco, simbolicamente legato al dinamismo, all’esuberanza, all’energia.

E quella del Leone è energia creativa volta alla libera espressione di sé, dei propri talenti, alimentata dal desiderio di mettersi in gioco, di esporsi e di osare con più fiducia e spontaneità ciò che riteniamo importante, frutto della nostra originalità di pensiero e di esperienza della vita.

Se nelle dimensione interiore del precedente Segno del Cancro abbiamo evocato sogni e desideri rimasti in sordina, ora in questo mese di Fuoco abbiamo la possibilità di seguirne la suggestione e di  renderli possibili. Dopo aver vissuto l’archetipo materno di giusto nutrimento è ora il momento di quello solare, paterno: nel senso del generare, non ovviamente sul piano fisico, (o non solo!) ma su quello delle idee, dei progetti, di nuovi interessi, con in più la nota della giocosità e della certezza di riuscita.

Il ‘Principio Leone’, al di là quindi dei soggetti che sono nati nel mese che lo contraddistingue e che solo in parte possono rappresentarlo, è valido per tutti: come capacità di portare attenzione al cuore, a ciò che il cuore sente, oltre e oserei dire non ostante la mente con le sue concretezze immediate.

Ne deriva la qualità della generosità, vissuta per se stessi come persistenza d’intenti, ‘a pieno ritmo e senza parsimonia’, ma altrettanto offerta come amicizia, come apertura.

Senso di sicurezza ‘non tracotante’, spirito d’iniziativa e d’avventura, autostima: tutto concorre nel Fuoco del Leone a rafforzare l’Io con le sue potenzialità; forse anche ad attivare possibile orgoglio e competitività, ma l’attenzione vigile alla nobiltà del cuore ne fugherà la ‘tentazione’.

In questo mese è importante ‘dedicarsi a’, accendersi per una causa, scoprire o ri-scoprire un ideale: un fuoco nel petto e una volontà di attuazione: combinazione potente!

Luigi Benedetto Mattei

Medicina Naturale – Parte Seconda

Medicina Ufficiale e Naturale a confronto

 

Medicina Ufficiale-Scienza

Questo paradigma scientifico è diventato un dogma tramandato nel tempo e molti di noi, scienziati o meno, sono convinti che il metodo scientifico sia l’unico modello, l’unico paio di occhiali, valido per comprendere l’universo. Trova la sua origine dalle intuizioni di Cartesio, quindi è una visione che ha 350 anni. Dice che l’universo è una macchina e la Natura funziona secondo leggi meccaniche, ogni cosa del mondo materiale può essere spiegata in funzione della disposizione e movimento delle sue parti. Questa concezione è stata estesa agli organismi viventi e il corpo umano è considerato e trattato più come una macchina; qui vi è una netta separazione fra anima e corpo. Le cause primarie delle malattie sono i batteri o i virus, sono cause esterne, e vanno eliminate, così si avrà la salute. Il modello biomedico scompone il corpo fisico nelle sue parti, concentrandosi su frammenti di corpo sempre più piccoli, questo naturalmente ci ha portato a capire molti meccanismi biologici e funzioni.

L’implicito di questo paradigma porta a pensare che la malattia sia un cattivo funzionamento dei meccanismi biologici, un guasto della macchina che viene “riparata” dal medico. La malattia è un errore, è un male, è cattiva, il dolore è sbagliato e bisogna levarlo (antidolorifico), la febbre è un errore (antipiretici), l’infezione non è giusta (antibiotico), la pressione alta pure (antipertensivo); tutto è trattato con un anti. Il corpo non ha una sua intelligenza di guarigione, ci deve pensare il farmaco o l’operazione. Ciò implica una guerra in atto nei confronti del corpo fisico, e una passività della persona interessata, che è deresponsabilizzata. Se non prendi il farmaco per combattere la malattia, essa continua e peggiora e puoi morirne. Ciò sottintende la completa identificazione dell’essere umano con il corpo fisico, creando paura di morire.

Fondamentalmente il corpo fisico sbaglia e la Medicina lo corregge; non è presa in considerazione la capacità intrinseca dell’organismo a guarire da sé, alla sua tendenza a rimanere sano, anche tramite una febbre o un’infiammazione. È poco considerata la relazione fra salute e abitudini di vita, emozioni e pensieri.

Naturalmente in alcuni casi è saggio rivolgersi alla Medicina Ufficiale, perché ha gli strumenti idonei, come in caso di incidenti, fratture o compromissione organica che mette in pericolo la sopravvivenza del corpo fisico.

 

Medicina Naturale o non convenzionale

Molte volte sento parlare di Medicina Tradizionale in riferimento alla Medicina Ufficiale, ma tradizionalmente l’uomo si è sempre curato con piante, fitopreparati o elementi della Natura, quindi, per chiarezza semantica, la Medicina Tradizionale è quella Naturale.

L’universo delle Medicine non convenzionali o Complementari è molto vasto, ma le varie metodiche sono accomunate da diversi punti. Fra le metodiche e i trattamenti non convenzionali ricordiamo: la Medicina Tradizionale Cinese, la Medicina Ayurvedica, la Medicina Frequenziale-Informativa, la Nuova Medicina del dott. Hamer, la Medicina Antroposofica, la Medicina Esogetica, la Naturopatia, l’Iridologia, le Riflessoterapie, l’Osteopatia, l’Omeopatia, l’Oligoterapia, la Floriterapia, ecc.; sono tutti quei percorsi di guarigione che non appartengono alla Medicina Convenzionale.

Il primo errore in cui spesso s’incorre riguardo a queste metodiche e rimedi non convenzionali, è quello di cercare di spiegarli utilizzando il paradigma biomedico; ricordate sempre gli occhiali, e che per misurare l’altezza di una casa è meglio non usare la bilancia. Insomma, se vogliamo capirci con un inglese, non ci metteremo certo a parlare in russo! Prima di affermare che qualcosa non funziona o è dannosa, che sia della Medicina Ufficiale o meno, bisogna ricordarsi di mettere le lenti giuste, capire i principi che regolano quella metodica, quindi studiarla e provarla, e comprendere il livello prevalente in cui lavora.

Queste metodiche non convenzionali credono che l’uomo faccia parte della Natura, è egli stesso una parte di Natura, ed è soggetto alle stesse leggi/regole degli altri organismi animati o inanimati dell’Universo. Inoltre credono che all’interno dell’uomo ci sia una Forza di Autoguarigione, chiamata il Medico Interiore, che porta l’uomo, nella sua totalità, alla salute e al benessere. È una credenza che viene da lontano, Ippocrate la chiamava Vis Medicatrix Naturae, i cinesi la chiamano Chi; secondo questo paradigma bisogna agevolare e stimolare questa Forza Interiore e mai ostacolarla.

Sono metodiche olistiche, che in greco significa: la totalità. Vuol dire che le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti; la somma funzionale delle parti è sempre maggiore/differente dalla somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Tipico esempio di struttura olistica è l’organismo biologico. Quindi le metodiche olistiche vedono e si occupano dell’uomo a livello globale, dove le sue componenti – dell’uomo – sono interconnesse e interdipendenti. La concezione olistica riconosce anche che il sistema uomo, è parte integrante di sistemi maggiori, ossia il singolo individuo si trova in continua interazione con gli ambienti fisici e sociali e può agire su di essi per modificarli.

Le Medicine non convenzionali promuovono il benessere globale; hanno l’obiettivo di rafforzare e migliorare l’equilibrio dell’organismo, ripulendolo da scorie e tossine, e tendono ad allineare i vari corpi dell’uomo lavorando a più livelli.

L’implicito di questo modello è che il corpo non sbaglia mai, fa quello che può con ciò che ha a disposizione in quel determinato momento; per l’apparato psicofisico la creazione di una disfunzione, un disagio, un dolore, una patologia, anche se si tratta di una neoplasia, è la guarigione di qualcosa, e quel          qualcosa, che è la causa, non è mai al livello in cui si manifesta il disagio.

I livelli anatomo-fisiologici, energetici, emozionali, mentali e spirituali sono un tutt’uno; non si può trattare uno di questi aspetti senza agire su tutti gli altri livelli.

 

“Le cose sono unite da legami invisibili: non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella.”

Francis Thompson

 

Il benessere non è uno stato esente da una malattia diagnosticabile, ma uno stato di energia e vitalità che permette di vivere pienamente; ci si può ammalare di una malattia “sana”, come la febbre alta, che è una reazione vitale del corpo. La salute è un’esperienza soggettiva, indipendente da esami strumentali o di laboratorio.

È riconosciuta la nozione di equilibrio dinamico, ossia la presenza di forze guaritrici nell’organismo vivente, e la tendenza dello stesso a riportarsi in uno stato equilibrato quando è disturbato (omeostasi). Un sistema come il corpo umano, per mantenersi in salute, deve continuamente adattarsi a nuove situazioni, sia interne, sia esterne, deve essere estremamente dinamico e flessibile, a tutti i livelli: fisico, mentale, sociale, ecc. Perdita di flessibilità significa perdita di salute; in Natura tutto ciò che è rigido è debole, perché si spezza facilmente, mentre ciò che è flessibile e adattabile è forte. In natura, l’elemento acqua è il più forte, perché si adatta a ogni recipiente e situazione senza perdere il suo “sé”.

Secondo il paradigma della Medicina Naturale, un disturbo o un dolore sono visti e percepiti come una spia che si accende sul cruscotto della nostra macchina psicofisica, e servono a farci capire qualcosa, ci inducono a cambiamenti. Quella che la Medicina Ufficiale considera malattia, solitamente la Medicina Naturale la considera il mezzo attraverso il quale l’apparato psicofisico si cura, perché quest’apparato non sa come ammalarsi, ma sa sopravvivere alle molteplici situazioni di stress cui è sottoposto, e si adatta in maniera veramente “perfetta”, anche a costo di sacrificare la propria salute, creando una malattia.

Il sintomo è la punta dell’iceberg, è un segnale che indica che il problema sta sotto, e bisogna spingersi in profondità per risolverlo; tagliare solo la punta dell’iceberg (levare il sintomo o il dolore), senza lavorare nel profondo, non seve a nulla, dopo poco il ghiaccio ricomparirà e sarà peggio di prima.

Quando sopravviene una malattia fisica, significa che il problema di fondo si trascina da parecchio tempo, senza essere mai stato identificato, né risolto, e l’organismo si è esaurito.

La malattia non è determinata dal caso, non è casuale ma causale, non è vendicativa o crudele, ma solo correttiva.

 

“Se sei malato, scopri prima di tutto che cos’hai fatto per diventarlo.”

Ippocrate

 

Infine, come già accennato, questo paradigma della Medicina Naturale, implica la piena responsabilità della persona riguardo alla sua salute o malattia; per questo è un modello “scomodo”, poiché molti preferiscono scaricare la responsabilità sul medico, sul farmaco, oppure sul terapeuta, o imputare la loro cattiva condizione a congiunzioni astrali sfavorevoli. Non c’è nessun rimedio o trattamento olistico (ma anche della Medicina Ufficiale) che favorisce la salute nelle persone che non si prendono cura di se stesse.

Quando è conveniente indossare questi occhiali? Credo che le Medicine non convenzionali possano essere d’aiuto nei disturbi funzionali, psicosomatici e psicologici, virali, nelle patologie croniche e degenerative, nonché in quelle iatrogene.

Luca Zini

Come Sopra Così Sotto, Come Dentro Così Fuori: le nuove frontiere della salute e la psicosomatica

“La malattia, alla sua origine, non è materiale; ciò che noi conosciamo della malattia è l’ultimo effetto prodotto nel corpo, la risultante di forze che agiscono per lungo tempo e in profondità… La salute è la nostra eredità, il nostro diritto, è la completa e piena unione fra Spirito, Anima e Corpo; e questo non è un ideale arduo e irraggiungibile, ma è talmente semplice e naturale che parecchi di noi l’hanno trascurato”

(Edward Bach)

 

Le antiche civiltà che conoscevano le leggi universali l’hanno sempre avuta, e con loro tutte quelle società che ancora oggi mantengono uno stretto legame con la Natura. Parliamo della visione olistica (dal greco “olos” che significa “tutto quanto”, “intero”) della vita e di ogni sua manifestazione. Ovvero, hanno sempre visto come ogni cosa sia intrinsecamente collegata all’altra, formando un tutto inscindibile.

Da qualche tempo le avanguardie della Scienza, ognuna partendo dal proprio settore, stanno arrivando alla medesima conclusione. Sia nel macro che nel microcosmo, a mano a mano che gli strumenti di indagine consentono al pensiero umano di trovare delle conferme, sta diventando sempre più evidente anche in Occidente, finalmente. Da questa parte del globo, infatti, domina oramai il pensiero lineare, o logico, per sua natura limitato e limitante, mentre in Oriente non è mai stato del tutto abbandonato il pensiero analogico o associativo, che permette alla mente di fare connessioni più ampie, multidimensionali, e di avere quindi delle comprensioni della vita molto più ricche e profonde.

All’inizio del ‘900, dopo che la Fisica Atomica di Einstein aveva abbattuto le prime roccaforti della Fisica Classica, o meccanicistica, di Newton, rivelando la natura energetica di ciò che chiamavamo materia e credevamo inequivocabilmente solido e tangibile, diversi scienziati iniziarono ad esplorare il mondo delle particelle subatomiche, sviluppando la Fisica Quantistica e facendo scoperte ancora più sconvolgenti. Servirebbe ampio spazio per descriverle, e si consiglia vivamente di leggere qualcuno dei numerosi testi divulgativi esistenti, che facilitano alla persona comune la comprensione di questi importanti e affascinanti nozioni (vedi sul nostro blog l’articolo “Il gatto di Schrödinger è vivo o morto? Fisica Quantistica e sviluppo della Coscienza”).

Per dirla in pochissime parole, più si scende nell’infinitamente piccolo, più spariscono le leggi classiche e i componenti stessi della materia, e quindi qualunque certezza su di essa, mentre ci si viene a trovare di fronte a pure potenzialità direttamente influenzate da chi le osserva, che ne determina il comportamento. Questo fenomeno, chiamato Effetto Osservatore, è forse l’aspetto più importante di questa rivoluzione culturale, perché sta costringendo un’ancora riluttante Scienza a includere nei suoi ragionamenti il concetto di Coscienza, ovvero a ricongiungere l’essenza dell’essere umano con il mondo della manifestazione, che fino a ieri erano considerati due realtà ben separate: una “dentro” e l’altra “fuori”.

Da citare qui anche un’altra importante scoperta della Fisica: il fenomeno della Correlazione Quantistica, o Entanglement, che conferma la qualità della non-separazione tra le cose. Semplificando al massimo (i veri scienziati perdoneranno l’azzardo), possiamo dire che due o più particelle (o sistemi) che siano venute in contatto, una volta allontanate anche a distanze siderali, rispondono simultaneamente e allo stesso modo a uno stimolo dato a una sola di loro. E non è nemmeno ancora molto chiaro come avvenga, e se avvenga, la trasmissione dell’informazione tra loro…

Insomma, il dibattito è ancora aperto perché non tutte le nuove teorie sono già state dimostrate. Ogni scoperta apre nuovi orizzonti da esplorare, ogni volta sfidando i vecchi paradigmi. Di fatto ancora non si è prodotta una teoria in grado di unificare tutte le leggi cosmiche. Ma ci siamo vicini.

Quando si parla di Scienza, può essere utile non pensare a un monolito omogeneo e granitico, e neppure a una sorta di divinità infallibile, intoccabile e senza la quale nulla ha il diritto di esistere. La Scienza rappresenta il nobile tentativo da parte dell’uomo di analizzare e descrivere il meglio possibile il creato, ovvero la realtà nella quale viviamo, allo scopo di usarne e non solo di subirne le leggi. Ma essa è necessariamente limitata, sia dalla capacità delle menti degli scienziati di concepire di volta in volta l’oggetto dell’analisi, sia, a causa del suo metodo dimostrativo, dall’orizzonte di realtà che gli strumenti disponibili permettono di osservare in un dato momento.

La “Realtà”, che a sua volta è un concetto in via di ridefinizione, è ben più ampia della Scienza. E le nostre menti, salvo rare eccezioni, non sono ancora sufficientemente allenate ad abbracciare tutto lo scibile. Forse conviene pensare alla cosiddetta Scienza come ad un grande albero plurisecolare, con tantissime ramificazioni. Alcune più vecchie, rigide e grosse, vicine al tronco, appartengono al passato e costituiscono gli sviluppi delle origini. Altre, più giovani e flessibili, continuano a crescere e a moltiplicarsi alle estremità. Ogni zona dell’albero corrisponde ad una diversa “branca” (che vuol proprio dire “ramo”) e si sviluppa per conto suo, cercando di raggiungere la luce della verità incurante degli altri rami, pur originando dallo stesso albero. Questo per dire che a volte le branche seguono direzioni e interessi diversi, il che spiega le momentanee contraddizioni. E poiché la Scienza è fatta di tanti uomini, possiede tante menti e tante voci. Oggi non sembra esistere una sola Scienza, bensì ancora tante scienze in divenire. Bisogna sapere ascoltare le varie voci, anche quelle non ancora ufficializzate, soprattutto quando esse risuonano dentro di noi. E come per i rami dell’albero, sono destinate a sopravvivere solo quelle parti che crescono in direzione della luce.

…Senza contare che la parola scienza viene dal latino “scire”, sapere, il quale deriva dall’esperienza; il che eleva al rango di scienza anche l’esperienza del singolo individuo! E questo ci riporta alle conoscenze degli antichi popoli i quali, anche senza “Scienza”, sapevano.

Il ramo del sapere che ci interessa qui è quello della salute, nella sua visione olistica. Quando si parla di un essere umano quindi, da questo punto in poi si esamina sempre l’insieme corpo-mente-spirito che esso costituisce. O più precisamente, corpo-emozioni-pensieri-spirito. In quest’ottica, la salute dipende dall’equilibrio di queste singole componenti e del loro insieme (vedi anche gli articoli “Questione di cellule” e “Medicina Naturale –Parte Prima”).

Anche nelle Scienze Biologiche vi sono state negli ultimi decenni numerose scoperte che hanno rivoluzionato il vecchio concetto di corpo fisico come macchina e separato dallo spirito. La P.N.E.I., o Psiconeuroendocrinoimmunologia, a metà del secolo scorso ha evidenziato la correlazione tra i principali sistemi del corpo. In sostanza, non si tratta più un agglomerato di pezzi/organi/sistemi separati, bensì un unico sistema/organismo globale dove i (sotto)sistemi nervoso, endocrino e immunitario, di natura materiale, insieme alla psiche che riveste un ruolo altrettanto fondamentale e inscindibile, si influenzano a vicenda con effetti a cascata.

Senza dimenticare che a partire dal primo ‘900 i fondatori della psicanalisi e successivamente i loro allievi, osservarono e descrissero alcune interazioni tra mente e corpo, dando origine ad altre discipline di tipo olistico in via di sviluppo ancora oggi. Lo stesso Carl Gustav Jung si interessava di Fisica Quantistica, perché aveva intuito l’esistenza di dimensioni trascendentali e di correlazioni nascoste tra esse e il mondo della coscienza e del visibile. Suoi i contributi interessantissimi, ad esempio, relativi ai simboli e agli archetipi.

Importanti novità riguardano poi il DNA: fino a ieri era considerato una sorta di codice a barre individuale, stampato a fuoco nella nostra carne e circondato da un’inutile massa di “geni spazzatura”, che ci definiva e incasellava dall’inizio alla fine della vita, come un prodotto sullo scaffale del supermercato destinato solo a scadere. L’Epigenetica ha invece dimostrato come l’espressione del DNA non solo sia influenzata da fattori ambientali interni ed esterni, e sia quindi in continua evoluzione, ma anche come questa espressione possa essere modificata volontariamente, risvegliando quelli che sono stati ribattezzati “geni dormienti”.

Da citare ancora la Neurogenesi e la Neuroplasticità, che riguardano rispettivamente la continua produzione di nuovi neuroni da parte del cervello e la capacità delle connessioni neurali di modificarsi, superando anche in questo caso il vecchio concetto di sviluppo limitato e di inevitabile degenerazione.

Ma a parte i ricercatori puri, sono molti anche i medici che, dopo essersi scontrati con i limiti della Medicina Convenzionale che spesso sembra considerare guarigione la mera sparizione del sintomo, ne hanno da tempo varcato i confini. Hanno così riscoperto antiche verità quali la saggezza del corpo con il suo innato potere di autoregolazione e di autoguarigione, il valore non solo chimico ma anche energetico dei rimedi naturali, le numerose tecniche corporee, l’importanza dello stile di vita, dell’alimentazione e dell’empatia nel rapporto col paziente, la numerosità di ciò che un tempo veniva definito “guarigione miracolosa”, eccetera. Fino a all’incredibile fenomeno delle Near Death Experience, o Esperienze di Premorte, di numerosi pazienti in tutto il mondo, dove si è dovuto prendere atto dell’esistenza di una coscienza individuale che sopravvive al di là di un corpo fisico e di un cervello non più funzionanti.

In questa rubrica cercheremo di illustrare praticamente come la correlazione corpo-mente-spirito possa tradursi in sintomi e come, grazie alla comprensione del significato personale di questi sintomi, si possa agevolare il ripristino dello stato di salute. Nella Psicologia Medica questo approccio viene chiamato Psicosomatica. Oggi esso viene ulteriormente sviluppato e insegnato in altri ambiti, come nelle scuole di Naturopatia, che in Italia non godono tuttavia ancora di un riconoscimento ufficiale.

Al di là delle etichette, se manteniamo una mente aperta che abbracci tutte le più recenti scoperte così come l’importante patrimonio di conoscenza che ci è stato tramandato dall’antichità, la premessa fondamentale diventa che non vi è malattia o trauma che non nasca dalla mente della persona e che, grazie alla mente della persona, non si possa guarire. Non soltanto, quindi, alcune malattie ma proprio tutte, anche se per molti questa affermazione risulta ancora eccessivamente rivoluzionaria, e anche se l’effettiva guarigione a volte sia difficile da raggiungere nel corso di una sola vita fisica.

E’ una materia affascinante perché riguarda l’infinita complessità e originalità di ogni essere umano, questa meravigliosa scintilla di vita in continua evoluzione. Non è quindi una scienza esatta. Anche se esistono molti testi, sia antichi che moderni, che propongono degli schemi interpretativi e delle mappature del corpo con relativi significati simbolici, si tratta sempre di suggerimenti, di indirizzi generali. Personalmente mi ispiro a molte fonti, ma ciò che è determinante è l’osservazione del singolo caso e la cooperazione diretta con la persona interessata, attraverso una serie di domande e di risposte.

In questa sede potremo quindi limitarci a fare delle prime ipotesi generali, o anche personali se mi sottoporrete dei casi, ma difficilmente sarà possibile arrivare in fondo al processo. Tuttavia, verranno offerti degli spunti per imparare ad osservarsi e a farlo olisticamente, il che costituisce un esercizio fondamentale per la propria consapevolezza e per la propria crescita, oltre che per la propria salute. Nel prossimo articolo entrerò più concretamente nel metodo e farò degli esempi pratici, che aiuteranno a capire quali sono le domande da porsi e gli elementi da fornire al professionista a cui ci si rivolge; e quindi anche come eventualmente formulare dei quesiti a questa rubrica.

 

Alessandra Giacalone

Medicina Naturale – Parte Prima

Visione e Paradigmi

I cambiamenti storici epocali, in ogni campo, dall’astronomia alla fisica, dalla medicina alla psicologia, dalla religione alla conoscenza profonda di sé, sono sempre scaturiti da visioni che all’epoca non aderivano al modello più condiviso o imposto. Il cambiamento è sempre partito da visioni di egregi eretici, che spesso hanno dovuto abiurare per salvarsi la vita, oppure la vita l’hanno donata per salvare l’ideale e i discepoli, imprimendo un forte e chiaro messaggio nel cuore e nella mente del genere umano.

Ma si sa, i precursori sono sempre ostacolati, fanno una fatica dell’accidenti, perché parlano una lingua strana, con vocaboli non comuni, quindi all’inizio devono usare il linguaggio corrente per tradurre i propri ideali e la propria Visione, perché è indubbio: chi porta il cambiamento è senz’altro un visionario, che vuole concretizzare il suo ricco mondo interiore, portandolo qua, sul piano fisico. Prima però, questo mondo, bisogna capirlo, accettarlo, e farlo vedere agli altri come se fosse già realizzato.

La Medicina Naturale ha una Visione.

Immagina un mondo privo di dolore e sofferenza, sia fisica sia psichica. So che per qualcuno non è facile, perché siamo stati educati e programmati a soffrire e ad ammalarci per svariati motivi: per espiare presunti peccati, oppure per attirare l’attenzione o ottenere qualcosa, o per paura; paura di cambiare, di osare, di spiccare il volo.

Immagina una comunità di uomini e donne che non usano più farmaci chimici devastanti, e che non permettono mutilazioni spacciate per salute del corpo fisico e benessere dell’anima. Quelle poche volte che hanno realmente bisogno di curare il corpo, lo fanno con i rimedi e gli elementi della Natura, con le piante, i fiori, il cibo, sapendo che il corpo fisico non è nient’altro che lo specchio della propria interiorità, e che la malattia è messaggio e cura allo stesso tempo, ed esige comprensione, non una guerra che reclama morti e feriti.

In questa visione, esiste solo la guarigione e non la cura: la guarigione viene da dentro, la cura da fuori; la guarigione implica la completa e piena responsabilità della persona interessata, la cura delega il successo o la catastrofe al farmaco, all’operazione chirurgica, al medico o al terapeuta. Le persone aiutano il loro corpo a guarire, oltre che con i rimedi della Natura, tramite sofisticati apparecchi frequenziali, che forniscono solo informazioni e quindi privi di effetti collaterali, oppure guariscono cambiando il loro stato di coscienza; fanno accadere veri e propri miracoli, collegando e allineando la loro Anima alla personalità, eliminano il dolore fisico rinunciando volontariamente alla violenza che hanno dentro.

Questa visione di salute e benessere, che utilizza ciò che la Natura ci mette a disposizione e le nostre potenzialità latenti, è già una realtà, anche se non viene detto al Telegiornale delle otto. È una realtà con i suoi principi e le sue regole, partita dalla notte dei tempi e mantenuta da pochi carbonari, ma che sta allargandosi a macchia d’olio. Certo bisogna capire alcune cose, prima di tutto com’è formato l’essere umano, comprendere i livelli della salute e le leggi che regolano la guarigione, dove e come lavorano i rimedi/trattamenti naturali e quelli chimici, e quando è conveniente usare un farmaco piuttosto che un fitopreparato. Insomma c’è da studiare, comprendere più che capire, provare e soprattutto mantenere testa e Cuore aperti.

 

Prima di addentrarsi in spiegazioni più specifiche riguardanti le varie metodiche utilizzate in Medicina Naturale, è opportuno gettare le basi per evitare futuri errori d’interpretazione. Alcune cose sono scontate per chi già mastica questo linguaggio, ma poiché queste informazioni vanno a largo raggio, bisogna fare un passo indietro.

Il paradigma è un modello di riferimento, un termine di paragone, viene dal greco antico e significa: esemplare, esempio. Il paradigma costituisce e delimita il campo, è un termine generale di riferimento, che ha valore esemplare, e con il passare del tempo diventa dogma; da quel momento raramente è messo in discussione.

Quando si parla di una qualsiasi cosa, lo si fa sempre all’interno di un paradigma, di un modello di riferimento. Solitamente la Naturopatia non utilizza un solo paradigma ma svariati modelli, e si sposta continuamente fra paradigmi diversi, integrandoli uno con l’altro, cambiando il livello di comprensione e interpretazione secondo il caso e il momento.

Ciò che bisogna avere chiaro nella mente è che se vogliamo misurare l’altezza di una casa, non possiamo usare una bilancia! Sembra scontato e banale, ma non lo è; molte volte l’errore è a monte, e se c’è un errore alla base, tutte le risposte, anche se di per sé sono giuste, diventano sbagliate. Utilizzare lo stesso paradigma/strumento (la bilancia) per misurare una casa e quanto pesa il pane è fondamentalmente sbagliato, a qualsiasi deduzione si arrivi. Certo il pane e la casa sono cose fisiche che possiamo toccare e vedere, ma sono diverse, sono usate per scopi differenti, bisogna quindi utilizzare strumenti diversi. Applicato al campo della salute e della malattia, vuol dire che è completamente sbagliato e scorretto cercare di spiegare un rimedio omeopatico, energetico, informativo-frequenziale, o anche solo fitoterapico, tramite il paradigma biomedico ufficiale, e, naturalmente, viceversa.

Non esiste un paradigma giusto e uno sbagliato. Dipende da cosa vogliamo vedere, dal momento, dall’obiettivo da raggiungere, dal livello (dei livelli parlerò più avanti) in cui si vuole o deve lavorare per ottenere il massimo risultato possibile. Usando una metafora, possiamo dire che ognuno di noi interpreta il mondo indossando un paio di occhiali. Le lenti deformano ciò che vediamo, così la stessa cosa è interpretata e capita in maniera diversa da ognuno di noi. Bene, adesso sai che proprio in questo momento stai indossando un paio di occhiali per cercare di capire cosa sto scrivendo. Ecco, mi piacerebbe che tu li levassi, solo un attimo, il tempo necessario per finire di leggere. Qua sta il secondo problema: se hai solo una modalità d’interpretazione e neanche immagini possano esserci altri occhiali, sei su una rotaia, non puoi che seguire quella strada, sei poco libero. Chi vede più possibilità, più interpretazioni, ha diversi occhiali, può decidere di girare a destra o sinistra, anche se non c’è una strada segnata, ha una mappa mentale più aperta e forse è un po’ meno prigioniero.

Il cambio repentino degli occhiali interpretativi richiede esercizio e disponibilità a farlo. Sappi che ti domanderò di indossare lenti diverse da quelle che hai sempre avuto davanti agli occhi, ma ricorda: leva sempre quelle che indossi in quel momento, perché altrimenti rischi di far confusione mischiando le visioni e poi non ci capisci più nulla. Quindi, ti accorgerai che la stessa cosa (malattia, benessere o un muro), appare diversa secondo gli occhiali che hai sul naso nel momento che osservi. Certo, uno può dire che se gli chiedi cos’è un muro, tutti rispondiamo più o meno allo stesso modo: è duro, fatto di mattoni e calce, alto o basso, eccetera. Ma ricordando un antico aforisma illuminante: “la differenza tra un intelligente e un saggio è rappresentata dal fatto che: il primo dà risposte giuste, il secondo pone le domande giuste”, forse è sbagliata la domanda. Cambiamola.

Che cosa rappresenta per te – adesso, con le lenti che stai indossando – un muro (o la malattia, la salute, l’amore, ecc.)? Per me potrebbe essere un riparo, una difesa, qualcosa di piacevole che mi contiene, per te un limite, un impedimento, per un altro qualcosa da abbattere o scavalcare per imparare a decidere, per un muratore creativo può essere anche un’opera d’arte da ammirare, oppure tutte queste cose e altre ancora contemporaneamente.

Prima di mettere a confronto i due paradigmi, quello dominante in occidente della Medicina Ufficiale e quello delle Medicine non convenzionali, vorrei chiarire un altro punto, e per farlo m’infilo nel paradigma della linguistica e della comunicazione terapeutica, ma in pratica trova applicazione in tutti gli ambiti della nostra vita.

Ogni comunicazione (esperienza, situazione, relazione, ecc.) ha una struttura superficiale e una struttura profonda. Detto in altri termini c’è sempre un implicito – anche più d’uno -, che non è espresso in maniera palese come contenuto, ma proprio per questo è più importante, perché è ciò che colpisce e capisce la nostra parte più profonda, il nostro inconscio, che è la parte di noi che decide se ci meritiamo la salute o la malattia, la ricchezza o la miseria, l’approvazione, la felicità o la depressione.

Questa struttura profonda, o implicita, che lavora sotto lo stato di coscienza, è a volte utilizzata involontariamente dalle persone o dalle istituzioni; oggi è spesso usata a scopo di lucro, come nella pubblicità e non solo. Per spiegare meglio: c’è un messaggio che è capito in un certo modo dalla mente conscia, quella razionale, mentre la parte profonda, la mente inconscia, capisce un altro messaggio, che può anche essere l’opposto di quello che razionalmente è stato capito. Il messaggio inconscio resta sconosciuto alla mente razionale, ma ha un effetto enorme sulle nostre credenze e valori, e sulla nostra autoimmagine, quindi sui nostri pensieri, emozioni e azioni. Molte volte noi crediamo di pensare una cosa o provare un’emozione liberamente, e non ci rendiamo conto che, invece, siamo stati indotti a provare quel desiderio, e più cerchiamo di scacciarlo più prende forza.

Poiché non è possibile non influenzarci e non comunicare, possiamo accettare il gioco, rendendoci conto delle manipolazioni che ogni giorno riceviamo e induciamo. Chi ha coscienza di questo è meno influenzabile.

Luca Zini

Il segreto del calice e della spada

Parola d’ordine? Volontà e Coraggio.

”Interessante!”, ho esclamato fra me e me. Ma concretamente in cosa consiste?

”L’obiettivo di questo seminario è di imparare a volerericonoscere il proprio scopo da realizzare e impadronirsi del coraggio come strumento per il superamento dei propri limiti“.

Ancora più interessante.

Mi sono ritrovata quasi per caso a partecipare a questa esperienza, ma durante quei giorni indescrivibili in cui sono stata totalmente sbalzata fuori dallo spazio e dal tempo mi sono resa conto che ci sono appuntamenti nella vita a cui non puoi proprio mancare; “Il segreto del calice e della spada” era uno di questi, almeno per me.

Di Coraggio ho sempre creduto d’averne da vendere, eppure, negli ultimi anni, mi sono sempre mancate la forza e la determinazione sufficienti per portare a termine gli obbiettivi che mi ero prefissata; così, sono giunta alla conclusione che ciò di cui ero carente fosse semplicemente la Volontà.

Ho sempre sentito chiaramente che dentro di me si concentrava una grandissima quantità di energia che, tuttavia, ho sempre sfogato attraverso lo sport e l’arte, almeno fino ad una certa età; sfortunatamente, non è dovuto passare molto tempo dal momento in cui ho smesso di farlo perché cominciassero i primi problemi: il fuoco, se non può ardere liberamente, finisce per bruciare (letteralmente) il suo stesso contenitore.

Più passavano gli anni, più mi sentivo schiacciata da una serie di imposizioni su come avrei dovuto essere e su ciò che avrei dovuto fare nel mondo e più mi ostinavo ad assecondarle più la mia anima si ribellava disperata.

Non avevo idea che esistesse un’altra via, così restavo nella convinzione che l’unica possibilità fosse di percorrere quella che la società, tanto premurosamente, si era preoccupata di scegliere per me.

Ma come avevo potuto cedere tutto quel terreno al mondo e ai suoi vincoli? Come ho potuto scordare, giorno dopo giorno, senza rendermene conto, pezzi del mio essere e rinunciare al mio diritto di desiderare liberamente?

Ti rendi conto di aver vissuto costretto in un ridotto spazio vitale quando qualcuno accende la luce e ti mostra che attorno a te c’è sempre stato un sacco di posto in cui muoverti, ma che non ti eri mai arrischiato a cercare per timore di piombare in un precipizio.

Chi mi ha tenuto in ostaggio per tutto questo tempo? I condizionamenti e le paure!

E come ho potuto superarli? A questo serviva il Coraggio che ho sempre pensato di avere. Purtroppo, però, mi sono resa conto che il Coraggio a ben poco serve se non conosci il tuo nemico ed era quello il motivo per cui ogni mia iniziativa falliva puntualmente. Tutto ciò che limitava la libera espressione del mio essere si è dissolto come fumo nel momento in cui l’ho affrontato con determinazione, ma non sarebbe mai stato possibile se prima non l’avessi individuato dandogli un nome, una definizione. Se non individui il limite da superare, come puoi anche solo sperare di superarlo?

Eccoci giunti, dunque, all’obbiettivo principe del seminario: imparare a decidere e agire in modo da raggiungere il proprio scopo. Ma quale scopo!?

Senza uno scopo motivante, nessuno può avere il Coraggio per superare gli ostacoli che spesso si frappongono fra un individuo e il suo obbiettivo.

Tuttavia non è nemmeno sufficiente avere uno scopo: perché sia uno scopo che giunge come autentico imperativo dell’anima è necessario essere disposti anche a morire per raggiungerlo.

Essendo io molto sensibile alla sofferenza, mia e altrui, credevo che il mio scopo fosse aiutare le persone ad accrescere la loro consapevolezza per renderle capaci di auto guarirsi  grazie a un nuovo modo di interpretare il dolore e i messaggi del corpo.

Giunti alla fatidica domanda “Sareste disposti a morire per il vostro obiettivo?”, però, non ho potuto rispondere affermativamente. Ho dovuto quindi rimettere tutto in discussione.

Per cosa ero disposta a sacrificare (= rendere sacro) la mia vita?

Qual era quella cosa che mi avrebbe fatta impazzire nel caso in cui ne fossi stata privata?

La libertà!

Sarei stata disposta a morire per difenderla?

Senza ombra di dubbio.

Quanti di noi possono affermare di avere uno scopo autentico nella vita alla luce di queste considerazioni?

Avere una missione per la quale saremmo disposti anche a sacrificare la nostra stessa vita rovescia totalmente la percezione di noi stessi e della realtà che ci circonda: ci rende letteralmente invincibili, dotati di una forza e di un coraggio inaspettati, capaci di gesti che non avremmo mai nemmeno immaginato di essere in grado di compiere.

Questo è ciò che è successo a me e mi impegnerò a difendere questi conseguimenti affinché la mia fiamma interiore possa sempre ardere liberamente aiutando anche altri individui a far divampare la loro.

Tutto questo è possibile per ciascuno di noi, a condizione di essere disposti ad accendere la luce ed accorgerci che siamo infinitamente più grandi delle nostre paure.

Aurora Coletto

Questione di cellule

Uno Stato, una comunità, è un organismo le cui cellule sono rappresentate dai singoli individui. In un organismo sano tutte le cellule cooperano tra loro in modo da produrre la condizione di equilibrio ideale: ciascuna svolge il suo compito secondo la propria natura, in armonia con le altre e questo mantiene tutto il corpo in uno stato di benessere.

Sappiamo bene, però, cosa accade se alcune cellule impazziscono. Cominciano a riprodursi disordinatamente e senza criterio, aggrediscono le proprie “sorelle”, prevaricano, contaminano e devastano, rendendo l’organismo malato e sofferente ed innescando in pratica un processo di autodistruzione.

“Come in alto, così in basso” scrive Ermete Trismegisto nella Tavola Smeraldina. Il microcosmo rispecchia il macro. Come per il corpo fisico, così per il corpo sociale il nemico è interno. Le cause della nostra attuale sofferenza come Paese non vanno ricercate nelle circo-stanze (in ciò che ci circonda) ma nel nostro tessuto cellulare, perché se è vero che dall’esterno alcuni “batteri” possono attaccarci, è altrettanto noto che questi possono attivarsi solo su un terreno predisposto. “Il germe non è nulla, il terreno è tutto”, diceva Pasteur.  Un organismo in perfetta salute vibra di un’energia troppo elevata per poter essere intaccato.

Ma cosa fare quando la metastasi sembra ormai troppo estesa, quando i suoi “tentacoli” – è il caso di dirlo – sembrano essersi troppo ramificati per poterli estirpare? E soprattutto, estirpare – parola che viene sovente utilizzata e che ha in sé qualcosa di violento – è la soluzione?

Io ho invece la sensazione che l’unica vera terapia consista nell’immettere in quell’organismo cellule nuove, cellule sane, cellule più forti e inattaccabili, in altre parole … cellule consapevoli. Dove consapevolezza non significa giudizio, ma autocoscienza. Capacità di osservare, di capire, di agire senza rabbia, di sentirsi parte dello stesso Tutto cui appartengono anche le cellule impazzite. Capacità di guardarle, senza rinnegarle.

Le cellule consapevoli non sono aggressive, ma resistono all’aggressività come pietre inscalfibili. Sanno che scagliarsi contro le sorelle “impazzite” significa scagliarsi contro se stesse. La loro cosciente presenza, la loro incorruttibilità e il loro progressivo moltiplicarsi sono condizioni sufficienti affinché l’organismo pian piano si ripulisca e si rigeneri spontaneamente, perché avvenga, in definitiva, l’auto-guarigione.

Immettere nel tessuto sociale quante più cellule consapevoli possibili, come in una graduale trasfusione di sangue: è questo l’obiettivo verso cui dovrà tendere chiunque desideri impegnarsi per la rinascita della propria nazione.

Elena Guidi