Partiamo dal compagno Renzi. Aveva tweettato qualche mese fa: “Fuori la politica dalle banche e fuori le banche dall’editoria.” “Ho detto tutto.” Ha spiegato, come Peppino De Filippo. Ha aggiunto, poi, come Gesù: “Chi ha orecchie per intendere intenda.” Lasciamo stare il fatto di credere che sia lui o meno quello capace di rivoluzionare la nostra sempre più povera Italia (e lo dico senza benché). Cosa questa altamente improbabile per molteplici ragioni che non dobbiamo esaminare qui.

Torniamo al punto. Tutti si riempiono la bocca (qualcuno anche le tasche) parlando del bisogno di cultura. Gli editori stanno alla cultura come un centro commerciale sta al mercato. Che succederebbe se la grande distribuzione organizzata fosse in mano soltanto a quattro gruppi (l’ironia, in questo esempio, non è casuale) che fanno da cartello e decidono politiche commerciali e prodotti? Nonché l’orientamento all’acquisto da parte dei consumatori attraverso il marketing (anche politico)? Accadrebbe che i poteri economici deciderebbero cosa farci mangiare e quanto farcelo pagare. Bene. L’editoria italiana è in mano a quattro grandi gruppi (Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli e Mauri-Spagnol) che decidono cosa farci leggere e perché. La situazione editoriale che riguarda gli altri mezzi di comunicazione non è meno grave, anzi. Con l’unica parziale eccezione del web. Parzialità che meriterebbe un esame dettagliato e distinguo essenziali. Se qualcuno pensa che il controllo della cultura sia meno grave si sbaglia. O meglio sta confermando  che il sistema funziona. Visto che la cultura, ovvero il carburante che permette al nostro cervello di stare acceso, determina la nostra scelta per ciò che decidiamo (verbo complesso) di mangiare.

I piccoli editori (alcuni molto preparati e serissimi che possono vantare scelte coraggiose e difficili) non riescono ad arginare questo monopolio. Perché? Qualche dato. I piccoli editori pubblicano circa il 7 % dei titoli italiani, però producono solo il 3 % circa della tiratura complessiva. Tralasciamo (ma ricordiamo) che circa il 90 % delle pubblicazioni in Italia si sostanzia in traduzioni di autori di lingua straniera. Quindi, la lingua italiana (con l’eredità preziosa che comporta) non è tutelata (alla pari di quasi tutto il nostro patrimonio artistico) e le potenzialità culturali della futura letteratura restano inespresse o castrate in questo ennesimo esempio infelice di colonialismo culturale.

In Italia si pubblicano circa 6 libri all’ora. Quali sono le conseguenze?

1) la tiratura media di un titolo è stimata intorno alle 4.000 copie. Il che rende pressoché impossibile (a quasi tutti gli scrittori) il vivere del proprio lavoro;

2) ben pochi scrittori possono prepararsi in maniera adeguata e rendersi consapevoli del proprio ruolo culturale (dato come assunto che la linea preposta a dividere il professionista dal dilettante è quella che fa del primo colui che è in grado di veder retribuito il proprio tempo-vita in modo almeno sufficiente);

3) lo scrittore è quasi sempre, in questa modalità, relegato in un ruolo economicamente debole (quindi facilmente controllabile) ed è, il più delle volte, impossibilitato a non conformarsi al pensiero unico dominante, per giunta imbalsamato e reso ottuso dal politicamente corretto.

L’industria pseudo-culturale bombarda con la quantità. Si guarda bene dal selezionare contenuti e forme diversi da quelli che l’assuefazione ha reso tollerabili al fruitore. La Letteratura si è trasformata così in un genere di primo conforto consolatorio. Uno di quegli psicofarmaci (tanto venduti) che non affrontano le cause del problema, ma lo narcotizzano e (al più) lo denunciano in modo sostanzialmente blando, sempre, comunque, rigorosamente dentro il recinto dell’ortodossia del sistema.

Qualsiasi studioso della mente vi confermerà che l’elemento quantitativo e caotico genera il fenomeno della disattenzione e della passività. Vi dirà anche che il ridursi delle differenze tra i prodotti culturali (sì, anche i libri) e l’aumento della somiglianza tra questi, determina la rinuncia ad una vera e propria scelta.

Premessa la preparazione culturale, la capacità estetica ed ognuna delle altre dotazioni essenziali ad un buon artista (padronanza tecnica dello strumento espressivo e attenzione alla possibilità di tradurre il documento umano arricchendolo con la trasmissione di conoscenza in una prospettiva originale passibile di analogie e rime del concetto), la funzione dello scrittore è anche quella di pensare diversa-mente e di collocare il suo pensiero all’opposizione (sempre sospettoso di fronte ai consensi di quale si voglia maggioranza). E di farlo, possibilmente, senza paura.

Ma qui incontriamo la malattia cronica che affligge moltissima parte degli italiani: il conformismo. E peggiore tra i conformismi: il conformismo degli intellettuali italiani. Fascisti sotto il fascismo e, oggi, persino papisti, pur di poter contare sulla quantità dei consensi, invece che sulla qualità delle idee. Chi vuole faccia un elenco dei vincitori del premio nobel per la letteratura degli ultimi decenni (ormai telegatto internazionale dei benpensanti); vi troverà poche eccezioni in grado di confutare il teorema che pone la mediocrità piena di paura e di attenzione per l’opportunismo più che cedevole alle mode dominanti al vertice di ogni possibile classifica.

Augusto Scano