Parlare di educazione, istruzione, formazione, del sistema scolastico, oggi è a mio avviso molto complesso in quanto spesso se ne sente parlare, ma talvolta senza cognizione di causa ed abusando dei termini come se si sfoggiasse uno stendardo. Credo, invece, che sia innanzitutto necessario soffermarsi sui termini usati e molto spesso abusati per cercare di rintracciare un percorso le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Educare viene dal latino educere, tirare fuori. Primo interrogativo: tirare fuori cosa? E poi da chi? A chi? Mi viene in mente la maieutica socratica e l’arte dell’ostetrica che tira fuori, fa nascere un essere già presente (quindi delle conoscenze ed abilità già in essere nel soggetto!)

Istruire, di segno totalmente opposto: imprimere un segno, ma anche qui qualche domanda è legittima: quale segno? Chi lo imprime? A chi? Istruire per fornire una weltanschauung, una visione del mondo?

Formare, cioè dare una forma; sì, ma quale? In base a quali criteri, ammesso che ce ne siano, io scelgo una forma?

Se non si fanno questi primari, elementari interrogativi, non si può parlare della scuola e del suo valore. Forse costa fatica soffermarsi, ma è doveroso se vogliamo capire e, se vogliamo capire, dobbiamo partire, dobbiamo stabilire innanzitutto una partenza se vogliamo giungere ad un traguardo, passando per un percorso che può essere lungo, corto, tortuoso, lineare, in salita, in discesa,….e l’elenco non si esaurisce sicuramente qui.

Ebbene, tutti siamo tentati dalla voglia di salire sul pulpito, puntare il dito e dare ricette. Ultima, in ordine cronologico, le indicazioni dell’attuale ministro Giannini che continua a ripetere il suo mantra: premio, merito, valutazione! Indicazioni sicuramente importanti, ma sterili se non si fa il punto della situazione.

Come si fa a premiare insegnanti demotivati da anni ed anni di sacrifici, di tagli, di umiliazioni alla loro professionalità, ai quali si richiede di fare salti mortali nelle classi pollaio (dove si è fortunati se il numero si ferma  a 25 alunni), in un ambiente che cade a pezzi (perché sappiamo bene la situazione dell’edilizia scolastica), dove mancano carta, penne, … .perfino carta igienica, dove tra DSA, BES, casi difficili, senza compresenze, senza fondi, si chiede loro di fare i “miracoli” perché altrimenti la scure dell’INVALSI si abbatte su di loro e vuole valutare la professionalità dei docenti dal rendimento scolastico degli alunni.

Come si fa a sviluppare nei nostri ragazzi il pensiero critico, il gusto estetico, …se rimaniamo ancorati ad una didattica di contenuti, dove i traguardi finali sono messi lì come paletti invalicabili da raggiungere necessariamente?

Tutto sembra si riduce  a mera oggettività e le domande più incalzanti sono: nella graduatoria generale, che interessa i paesi più industrializzati, dove ci posizioniamo con le prove TIMSS, PIRLS, …? E l’OCSE cosa dice di noi? Ovviamente è necessario che ci sia anche l’oggettività per una giusta valutazione, ma non solo quella e soprattutto non in modo così predominante! (Ammesso che riteniamo giusto giudicare; non è forse meglio sospendere il giudizio come ci insegna l’Epicureismo?)

Sembra non ci sia più spazio nelle nostre aule, per i nostri ragazzi,  per la creatività, per lo sviluppo del pensiero critico e divergente, per la collaborazione autentica. Ci sfugge forse che proprio l’insegnamento è basato su un rapporto tra due o più individui, all’interno del quale la relazione, l’aspetto emotivo, l’assenza (o presenza) del conflitto,… fanno la differenza. Sono quel quid in più che sfugge all’oggettività, ma di cui il rapporto alunno – insegnante è impregnato perché è relazione.

Non si vuole qui criticare per il piacere di criticare, ma l’intento molto umile, ma sicuramente convinto, è di “distruggere’architrave” esistente per costruire nuove basi. Ogni volta si tratterà di affrontare una tematica, una piccola pillola, che vuole essere un piccolo seme  (come il seme di canapa di cui parla il Vangelo) che magari trasportato dal vento giunge anche in posti così lontani da sembrare irraggiungibili, ma appena giunge inizia a fare la sua opera e non puoi più far finta che non ci sia.

È un grido che vuole agitare le coscienze, per smuoverle dal torpore e per presentare  una nuova prospettiva. Parola di un’insegnante che da 14 anni vive –  perché lo ha deciso e non è capitato –  nella scuola e per la scuola e che è anche una mamma che vuole consegnare ai suoi piccoli figli un mondo migliore, a partire da quello scolastico.

A cura di Daniela Reina

Insegnante di scuola primaria

Laureata in Scienze dell’Educazione

Mamma di due splendidi bambini